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La pena principale che devono scontare tutte e tutti i detenuti è la perdita della libertà. Ma per le persone LGBTQIA+, in Italia, l’esperienza carceraria è una doppia punizione: alla perdita della libertà si aggiunge infatti la negazione quotidiana e sistematica della loro identità sessuale e di genere. Si tratta di una realtà problematica, spesso resa invisibile dalla mancanza di dati e dalla sua totale assenza dal dibattito pubblico. L’associazione Antigone ha fatto ricerche approfondite e raccolto testimonianze dirette raccolte sul tema, gettando luce sulla lotta per l’identità personale che si svolge dietro le mura del carcere.

Tutto inizia al cancello del carcere, dove il sistema cancella l’identità della persona transgender con il suo primo atto. Il sistema penitenziario italiano opera infatti secondo una regola rigida e fondamentale: i detenuti vengono assegnati a istituti maschili o femminili esclusivamente in base al loro sesso biologico alla nascita. L’identità di genere di una persona viene quindi considerata irrilevante.

Per garantire la loro sicurezza, molti detenuti transgender sono ospitati in speciali “sezioni protette omogenee”, ma questa protezione spesso si trasforma in un ulteriore livello di punizione. La realtà di queste sezioni varia notevolmente, dal profondo isolamento alla parziale integrazione. Nel carcere di Napoli Secondigliano, la separazione architettonica è assoluta, creando, come percepito dai detenuti, una prigione nella prigione. “Qui la protezione equivale a discriminazione”, ha spiegato una donna ospite della sezione: niente scuola, niente biblioteca, niente servizi religiosi. Questo isolamento amplifica le tensioni, portando a un uso eccessivo di psicofarmaci tra i detenuti per far fronte alla situazione. In netto contrasto, il carcere di Roma Rebibbia NC offre un modello più integrato, in cui le donne trans partecipano a corsi di falegnameria e fotografia insieme alla popolazione maschile. Sebbene si tratti di un passo avanti, le donne trans devono ancora affrontare restrizioni e sono confinate in un cortile che una detenuta ha descritto come un “buco nero di cemento”. Gli uomini trans sono costretti a vivere un’esperienza interamente declinata al femminile e devono affrontare un sistema la cui “assenza di flessibilità” nega persino le più semplici richieste di dignità, come fare la doccia separatamente o essere ospitati insieme.

Al di là della collocazione fisica, il senso di sé di una persona viene eroso dal diniego quotidiano della sua dignità. La pratica del misgendering (ovvero l’errore di riferirsi o rivolgersi a una persona usando pronomi o termini di genere che non corrispondono alla sua identità di genere) da parte del personale è diffusa. I detenuti la percepiscono non solo come “superficialità e ignoranza”, ma, nei momenti di conflitto, come una “pratica con un valore simbolico specifico”, usata intenzionalmente per aumentare le tensioni. Anche l’accesso all’assistenza sanitaria diventa motivo di scontro. Il costo umano di questa negligenza è elevato, come dimostra la testimonianza raccolta da Antigone da una detenuta nel carcere di Sollicciano che ha mostrato ai ricercatori le cicatrici sulle braccia, causate dall’autolesionismo, un disperato tentativo di attirare l’attenzione sulla necessità di una terapia ormonale. La sua storia dimostra che l’assistenza sanitaria essenziale non è un dato di fatto, ma un diritto per cui bisogna lottare. Nonostante queste carenze sistemiche, alcune eccezioni positive dimostrano che è possibile rendere la prigione un luogo più umano. La collaborazione con associazioni come Arcigay ha portato sostegno e formazione in alcune strutture, ma un cambiamento duraturo richiede una riforma strutturale. Come chiarisce la ricerca di Antigone, ciò significa formazione obbligatoria del personale, accesso garantito alle terapie ormonali e pari opportunità per chi si trova nelle sezioni protette. Garantire i diritti dei più vulnerabili è la vera prova del rispetto della dignità umana da parte del sistema carcerario. Se la protezione diventa esclusione, il risultato è un sistema che produce disuguaglianze, invece di ridurle. Elevare questi standard non è una questione di nicchia, ma la strada necessaria verso un sistema più giusto per tutti.

(Foto di Matthew Ansley su Unsplash)

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