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La pandemia di COVID-19 ha portato con sé conseguenze che vanno ben oltre la malattia respiratoria causata dal virus SARS-CoV-2. Se gli effetti diretti dell’infezione sui polmoni e su altri sistemi dell’organismo sono ben documentati, ci sono sempre più prove di problemi neurologici e di salute mentale persistenti, quali deficit cognitivi, affaticamento, depressione e disturbo da stress post-traumatico. Inoltre, durante le prime fasi della pandemia sono stati segnalati disturbi psicologici e problemi di salute mentale, in particolare tra le fasce di popolazione più giovani e vulnerabili.
Alla luce di queste preoccupazioni, i ricercatori hanno condotto uno studio, pubblicato su Nature Communications, per indagare l’impatto della pandemia sull’invecchiamento cerebrale. A tale scopo, hanno utilizzato i dati di imaging cerebrale a lungo termine e su larga scala provenienti dalla UK Biobank, un grande database biomedico. Per valutare l’invecchiamento cerebrale, hanno sviluppato modelli avanzati in grado di prevedere l’età cerebrale di una persona sulla base delle sue scansioni cerebrali. La differenza tra l’età cerebrale stimata e l’età cronologica effettiva di un individuo è nota come “divario di età cerebrale” (BAG). Un BAG positivo indica che il cervello sembra più vecchio rispetto all’età anagrafica. Questi modelli sono stati addestrati utilizzando le scansioni cerebrali di oltre 15 mila individui sani, raccolte prima di marzo 2020, in modo che i modelli imparassero da una base di riferimento sana e precedente alla pandemia.
Una volta addestrati, i modelli sono stati applicati a un gruppo separato di quasi mille partecipanti sani, sottoposti a due scansioni cerebrali. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: un “gruppo di controllo”, le cui scansioni sono state effettuate entrambe prima della pandemia, e un “gruppo pandemia”, che ha effettuato una scansione prima e una dopo l’inizio della pandemia. Entrambi i gruppi sono stati accuratamente abbinati per età, sesso e altri indicatori di salute, al fine di garantire un confronto equo. I ricercatori hanno quindi calcolato il tasso di variazione del divario di età cerebrale tra le due scansioni per ciascun partecipante.
I risultati hanno mostrato che la pandemia ha accelerato notevolmente l’invecchiamento cerebrale. In media, il divario di età cerebrale alla seconda scansione era superiore di 5 mesi e mezzo rispetto a quello osservato nel gruppo di controllo. È importante sottolineare che questo invecchiamento cerebrale accelerato era evidente indipendentemente dal fatto che i partecipanti avessero contratto il SARS-CoV-2. Ciò suggerisce che gli stress sociali e psicologici causati dalla pandemia, come l’ansia, l’isolamento sociale e le incertezze economiche e sanitarie, hanno giocato un ruolo in questi cambiamenti cerebrali, indipendentemente dagli effetti diretti dell’infezione virale.
Lo studio ha anche individuato specifici gruppi demografici più esposti a questo invecchiamento cerebrale accelerato. L’effetto era più pronunciato nei maschi. Inoltre, gli individui più anziani hanno mostrato un aumento maggiore del divario di età cerebrale nel tempo, con l’aumento più forte correlato all’età osservato in coloro che avevano contratto il COVID-19. Inoltre, le persone provenienti da contesti socio-demografici svantaggiati, caratterizzati da punteggi più bassi in termini di occupazione, salute, istruzione e reddito, hanno sperimentato un invecchiamento cerebrale maggiore durante la pandemia.
Sebbene l’invecchiamento cerebrale accelerato abbia colpito sia le persone infette che quelle non infette nel gruppo Pandemia, il declino delle prestazioni cognitive era principalmente legato a questo invecchiamento accelerato solo nei soggetti che avevano contratto il COVID-19. In particolare, i partecipanti che si sono ammalati hanno mostrato un declino maggiore nelle loro prestazioni nel Trail Making Test (TMT), che valuta la flessibilità cognitiva e la velocità di elaborazione. Per le persone che hanno vissuto la pandemia senza contrarre il virus, il declino cognitivo legato all’età era simile a quello del gruppo di controllo, suggerendo che l’invecchiamento cerebrale accelerato causato dalla pandemia da solo non era sufficiente a provocare il declino cognitivo.
I ricercatori ipotizzano che lo stress cronico possa essere una spiegazione plausibile dell’accelerazione diffusa dell’invecchiamento cerebrale osservata, causata da fattori quali l’isolamento sociale, l’insicurezza economica e le preoccupazioni per la salute derivanti dalla pandemia. Più in generale, lo studio evidenzia la necessità di politiche di salute pubblica che considerino non solo gli effetti diretti della malattia, ma anche le disuguaglianze sanitarie e socio-economiche esistenti.
(Foto di zydeaosika su Pexels)
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Quando è nata Avis Legnano i film erano muti, l’Italia era una monarchia e avere una radio voleva dire essere all’avanguardia. Da allora il mondo è cambiato, ma noi ci siamo sempre.
