Svegliarsi improvvisamente privati della capacità di percepire i profumi della vita quotidiana rappresenta un’esperienza disorientante, capace di compromettere il nostro rapporto con il mondo esterno e con i nostri ricordi. Questa situazione clinica, che si manifesta attraverso l’anosmia (la perdita totale dell’olfatto) o l’iposmia (la riduzione parziale della sensibilità olfattiva), interessa oltre il 20 per cento della popolazione globale, eppure è stata a lungo considerata dalla medicina tradizionale come un disturbo marginale o un semplice inconveniente biologico. Le cose sono cambiate drasticamente con la pandemia, che ha trasformato la perdita dell’olfatto in un sintomo diffuso e ha spinto la comunità scientifica a focalizzare l’attenzione su questo senso. Come documenta un recente approfondimento pubblicato su Knowable Magazine, nuovi dati dimostrano che l’olfatto è un pilastro insostituibile per la prevenzione e la salute a lungo termine del nostro cervello.
L’idea che la specie umana abbia sacrificato l’efficacia del proprio naso in cambio di uno sviluppo intellettuale superiore rappresenta un pregiudizio scientifico risalente all’Ottocento, oggi ampiamente smentito dalle neuroscienze. Il meccanismo che ci permette di annusare è di una complessità straordinaria: milioni di neuroni specializzati situati nella parte superiore della cavità nasale catturano le molecole volatili e inviano impulsi elettrici direttamente ai bulbi olfattivi, le due piccole strutture neurali allungate poste alla base dei lobi frontali del cervello che fungono da stazione di elaborazione primaria degli odori. A differenza degli altri sensi, che vengono preventivamente filtrati dal talamo prima di giungere alla corteccia, i segnali olfattivi godono di una “corsia preferenziale” che li connette direttamente con il sistema limbico. In particolare, essi raggiungono immediatamente l’amigdala e l’ippocampo, le aree responsabili della regolazione delle emozioni e dell’archiviazione della memoria a lungo termine, il che spiega la straordinaria capacità degli aromi di evocare ricordi ed emozioni.
I bulbi olfattivi, tuttavia, si trovano in una posizione anatomica che li rende la frontiera più esposta dell’intero sistema nervoso centrale. Sospesi direttamente sopra la cavità nasale, sono costantemente vulnerabili all’ingresso di virus, batteri, agenti inquinanti e persino microplastiche presenti nell’aria. Per difendersi da questo logoramento, il nostro cervello utilizza in questa zona un meccanismo noto come neurogenesi adulta (la capacità eccezionale del sistema nervoso di generare e integrare nuovi neuroni anche in età matura), fondamentale per consentire l’adattamento a un ambiente in continua trasformazione. Quando questo delicato equilibrio viene spezzato da un’infezione virale che danneggia le cellule di supporto nasale, o da un trauma cranico che recide le fibre nervose, la perdita dell’olfatto può persistere a lungo, agendo talvolta come un campanello d’allarme per patologie molto più gravi.
Rilievi clinici sempre più solidi indicano infatti che l’alterazione della capacità olfattiva rappresenta uno dei primissimi segnali predittivi delle malattie neurodegenerative. Nel caso del morbo di Parkinson, ad esempio, le proteine responsabili del danno cerebrale tendono ad accumularsi nei bulbi olfattivi molti anni prima della comparsa dei caratteristici tremori o delle difficoltà motorie, rendendo la perdita dell’olfatto un indicatore diagnostico precoce. Anomalie analoghe si registrano frequentemente nelle fasi embrionali dell’Alzheimer, ma anche in disturbi della sfera psichiatrica come la depressione, la schizofrenia e lo spettro autistico, confermando lo stretto legame biologico tra l’efficienza dei canali olfattivi e l’integrità del sistema nervoso centrale.
La consapevolezza di questi rischi ha spinto i ricercatori a sviluppare terapie di riabilitazione efficaci, semplici ed economiche. Lo strumento più usato in questo campo è l’allenamento olfattivo, una forma di fisioterapia sensoriale che prevede l’inalazione intenzionale e ripetuta di aromi familiari come limone, rosa, chiodi di garofano ed eucalipto per due volte al giorno. Questo esercizio quotidiano sfrutta la neuroplasticità (la capacità intrinseca del cervello di ristrutturare i propri circuiti neuronali e creare nuove connessioni in risposta agli stimoli), favorendo la rigenerazione dei recettori e aiutando la mente a ricodificare i segnali interrotti. Diversi studi dimostrano che questa pratica costante migliora la capacità olfattiva in una percentuale che varia dal 30 al 70 per cento dei pazienti, registrando inoltre benefici tangibili sulla riduzione dei sintomi depressivi, sul miglioramento della fluidità verbale e sulla protezione dal declino cognitivo negli anziani.
(Foto di Anastassia Anufrieva su Unsplash)
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