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Quando il parlamento non legifera su questioni etiche controverse, il conflitto si sposta nei tribunali e nei laboratori. Lo dimostra il paradosso del dispositivo costruito dal Consiglio nazionale delle ricerche per consentire il suicidio assistito, mentre la Francia risolve liberando finalmente una legge sul suicidio assistito. Ne scrive Scienza in Rete.

Ci sono voluti due anni, di sofferenze fisiche e psicologiche, una questione di legittimità costituzionale, un’ordinanza della Consulta, un mandato del Tribunale di Firenze e un prototipo costruito dal Consiglio Nazionale delle Ricerche perché una donna di cinquantacinque anni, paralizzata dal collo in giù da una sclerosi multipla, potesse esercitare un diritto che la Corte costituzionale le aveva riconosciuto nel 2019. Libera, il nome di fantasia che si era scelta, è morta a casa sua il 25 marzo, attivando con lo sguardo una pompa infusionale. Quattordicesima persona in Italia ad accedere al suicidio medicalmente assistito, prima a farlo con un comando oculare.
La discussione che ne è seguita e intesa a cercare di dotare il paese di una legge per superare o per restringere i limiti politici e giuridici di una sentenza ritagliata sul caso  Cappato/Fabiano, si è incagliata nella macchina: forse per evitare di fare una legge, e di ammettere che ci si è comunque infilati in un vicolo cieco politico e giuridico. Disquisizioni vuote: se esista un dispositivo certificato CE per l’autosomministrazione, chi abbia chiesto al Consiglio Nazionale delle Ricerche di fabbricarlo, se sia giusto che un ente pubblico di ricerca progetti una tecnologia per morire, se il CNR abbia oltrepassato i propri compiti…

Quel dispositivo non è nato da un’esigenza clinica: le interfacce a puntamento oculare e le pompe infusionali esistono da decenni e si comprano: qualunque ingegnere biomedico saprebbe assemblarle. È nato da un’esigenza giuridica, cioè dalla necessità di rispettare la distinzione normativa tra autosomministrazione ed etero-somministrazione. La macchina del CNR è una protesi giuridica, non una protesi medica. Non cura nulla e non risolve alcun problema terapeutico: serve a soddisfare una definizione legale dell’atto finale. È la prova materiale dell’incapacità del legislatore di decidere in forme congruenti con i diritti costituzionali dei cittadini italiani.
Che il bersaglio sia sbagliato lo dimostra la piega surreale presa dalle audizioni parlamentari, dove il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità ha detto l’ovvio, che non esiste una macchina certificata CE per il suicidio assistito di una persona paralitica, mentre il presidente del CNR Andrea Lenzi ha sostenuto di non essere al corrente di ciò che si faceva in un suo dipartimento. Il direttore di quel dipartimento, Emilio Campana, ha portato le prove documentali che Lenzi sapeva tutto e ora, per essersi comportato con correttezza etica e istituzionale, pare sotto attacco dai vertici.

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(Foto di Vidar Nordli-Mathisen su Unsplash)

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