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Dietro la narrazione di un’intelligenza artificiale immateriale e quasi “magica”, si nasconde un’imponente infrastruttura di lavoro umano, spesso invisibile e priva di tutele. Un’approfondita inchiesta condotta dall’organizzazione SOMO (organizzazione olandese che sta per Centro di ricerca sulle multinazionali) rivela come i giganti del settore, tra cui Amazon, Google, Meta, Microsoft e Nvidia, si affidino a una fitta rete di intermediari per addestrare i propri modelli, scaricando sui lavoratori i rischi di un mercato precario e poco trasparente. Sebbene queste aziende non siano datori di lavoro diretti, il loro potere di mercato definisce salari, tempi di consegna e stabilità occupazionale per migliaia di persone in tutto il mondo.

Ciò che chiamiamo “intelligenza artificiale” è dunque il risultato del lavoro meticoloso di migliaia di persone incaricate di pulire, etichettare e classificare i dati necessari per addestrare gli algoritmi. Questa forza lavoro opera secondo contratti precari e interfacce digitali che ne annullano l’identità. Secondo l’inchiesta di SOMO, i colossi tecnologici globali si appoggiano ad almeno trenta società intermediarie per gestire queste operazioni, creando una catena di approvvigionamento complessa dove i diritti fondamentali dei lavoratori vengono spesso sacrificati in nome dell’efficienza e del basso costo.

Il mercato del lavoro per l’IA è oggi estremamente frammentato e si avvale di circa 500 aziende specializzate nella raccolta e nell’etichettatura delle informazioni. Questi soggetti operano principalmente attraverso due modelli: l’esternalizzazione dei processi aziendali (una pratica in cui un’impresa affida interi settori di attività a fornitori esterni) e le piattaforme di micro-lavoro (siti web dove singoli individui completano piccoli compiti digitali, come il riconoscimento di immagini, in cambio di pochi centesimi per ogni operazione). Sebbene la maggior parte di questi intermediari abbia sede nel in paesi economicamente avanzati, la gran parte della forza lavoro risiede nel cosiddetto Sud globale, dove i salari sono più bassi e le protezioni sindacali quasi inesistenti, alimentando un sistema di sfruttamento digitale che scavalca i confini nazionali.

I rilievi statistici condotti da reti di ricerca come Fairwork delineano una tendenza preoccupante: la maggior parte di queste piattaforme di lavoro digitale ottiene punteggi bassissimi in termini di equità. Solo una minoranza di fornitori garantisce il salario minimo locale e quasi nessuno offre un salario dignitoso. Le grandi aziende tecnologiche esercitano un potere sproporzionato su questi intermediari attraverso scadenze serrate e pressioni sui prezzi, portando a licenziamenti di massa o tagli salariali improvvisi non appena un contratto viene terminato o spostato verso un altro fornitore. Questa dinamica rende il lavoro dei dati un’attività priva di qualsiasi forma di sicurezza sociale.

Il ruolo delle grandi aziende tecnologiche sta quindi mutando da quello di semplici clienti a veri e propri investitori diretti nelle società di gestione dei dati. Casi recenti, come l’acquisizione di quote significative in aziende del settore dell’acquisizione e categorizzazione dei dati da parte di Meta e Amazon, dimostrano un livello di coinvolgimento strutturale che rende impossibile negare la responsabilità verso la forza lavoro, scrive SOMO. L’integrazione di questi servizi nei mercati del cloud (la rete di server remoti che ospita dati e applicazioni accessibili via internet) rende il lavoro umano una componente “on-demand” dell’innovazione digitale. Questa vicinanza operativa, secondo SOMO, impone che i giganti dell’IA non possano più nascondersi dietro la complessità degli appalti, ma debbano assumere la piena responsabilità delle condizioni di vita e dei diritti di chi, con il proprio impegno quotidiano, rende possibile l’esistenza stessa della tecnologia.

Proteggere i lavoratori della catena dell’IA significa riconoscere che il progresso tecnologico non può essere slegato dalla tutela della giustizia sociale. È necessario, conclude l’inchiesta, che i governi e le autorità di regolamentazione impongano standard di trasparenza che obblighino le aziende a dichiarare chi ha lavorato sui loro modelli e sotto quali condizioni. Parallelamente, occorre sostenere gli sforzi di organizzazione collettiva dei lavoratori, come quelli nati recentemente in Kenya, per riequilibrare il divario di potere tra le grandi multinazionali e una forza lavoro frammentata e dispersa.

(Foto di Markus Stickling su Unsplash)

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