Skip to main content

La distribuzione delle risorse economiche globali ha raggiunto livelli di concentrazione senza precedenti: il 10 per cento più facoltoso della popolazione adulta mondiale percepisce oltre la metà del reddito complessivo, mentre la metà più povera deve accontentarsi di un modesto 8 per cento. Il divario risulta ancora più marcato sul piano patrimoniale, dove il 10 per cento più ricco della popolazione detiene circa tre quarti della ricchezza planetaria a fronte di un esiguo 2 per cento in mano alla fascia meno abbiente. Di fronte a questo scenario, che vede quasi due terzi degli abitanti della Terra vivere in nazioni attraversate da un aumento costante delle disparità, la ricerca scientifica ha evidenziato come il divario economico e la disuguaglianza dei redditi incidano direttamente sul peggioramento delle condizioni di salute, sulla riduzione della mobilità sociale e sulla fragilità della crescita. Come illustra un commento uscito Nature, la risposta dei governi è rimasta tuttavia debole e frammentata, spingendo un gruppo internazionale di economisti a proporre l’istituzione di un organismo scientifico indipendente permanente, l’International Panel on Inequality (IPI), concepito sul modello del gruppo intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico.

La proposta di mettere in piedi questa istituzione ha preso forma all’interno del comitato straordinario di esperti indipendenti sulle disuguaglianze globali convocato nell’ambito del G20 sotto la presidenza del Sudafrica e guidato dall’economista Joseph Stiglitz. L’iniziativa, sviluppata da un comitato promotore che coinvolge i governi di Sudafrica, Brasile, Spagna e Norvegia, ha già raccolto il consenso formale del segretario generale delle Nazioni unite António Guterres, l’appoggio unanime dell’Unione africana e l’adesione di oltre seicento economisti in tutto il mondo. L’obiettivo primario è colmare la distanza tra ciò che la ricerca scientifica dimostra e le scelte concrete dei governi, creando una sede di sintesi periodica e sistematica capace di valutare le cause della concentrazione della ricchezza e di misurare l’efficacia reale delle riforme adottate dai diversi paesi.

La necessità di un punto di riferimento condiviso deriva in gran parte dalla complessità con cui il fenomeno si manifesta sul territorio. I dati dimostrano infatti una divaricazione evidente tra l’andamento relativo e quello assoluto delle disparità. Su scala planetaria, la disparità relativa misurata attraverso il coefficiente di Gini (l’indicatore statistico espresso su una scala da zero a uno che quantifica il grado di disuguaglianza, dove zero rappresenta l’uguaglianza perfetta e uno la concentrazione totale delle risorse in una sola persona) ha registrato una flessione negli ultimi tre decenni, scendendo da 0,69 a 0,60 grazie alla rapida crescita economica della Cina e di altre aree dell’Asia. Tuttavia, all’interno dei singoli paesi la disparità è aumentata quasi ovunque, e se si osserva la disuguaglianza assoluta (la differenza effettiva espressa in valori monetari e potere d’acquisto reale tra diversi segmenti sociali), il divario appare in costante allargamento. Tra il 2000 e il 2024, a fronte di un incremento medio di appena 585 dollari per la metà più povera della popolazione mondiale, il patrimonio medio dell’un per cento più ricco è cresciuto di 1,3 milioni di dollari, assorbendo da solo il quarantuno per cento dell’intera nuova ricchezza generata sul pianeta.

Queste discrepanze numeriche condizionano direttamente le opportunità di vita delle persone e la stabilità delle istituzioni civili. In contesti a bassa protezione sociale, le probabilità di completare un percorso di istruzione superiore possono risultare fino a venti o cinquanta volte inferiori per i figli delle famiglie svantaggiate rispetto ai coetanei provenienti da contesti agiati. Al contempo, c’è un legame diretto tra l’eccesso di disuguaglianza economica e la tenuta democratica: le comunità con alti livelli di disuguaglianza presentano una probabilità sette volte superiore di subire fenomeni di arretramento delle libertà civili, manipolazione dei processi elettorali e compressione degli spazi di partecipazione. La concentrazione del capitale economico tende infatti a convertirsi rapidamente in influenza politica, orientando la spesa pubblica, le agevolazioni fiscali e la regolamentazione dei mercati a vantaggio dei ceti dominanti.

La creazione del nuovo organismo internazionale permetterebbe inoltre di superare i limiti strutturali che condizionano la raccolta dei dati. Le indagini statistiche basate sui bilanci familiari sottostimano regolarmente i redditi più alti a causa della mancata partecipazione dei cittadini più ricchi, costringendo i ricercatori a integrare i rilievi a campione con dati fiscali e amministrativi secondo metodologie spesso divergenti. Questo disallineamento produce contraddizioni nelle banche dati, dove la stima della disparità interna di un grande paese emergente può oscillare tra livelli virtuosi e valori critici a seconda dei parametri assunti. La situazione risulta ancor più complessa per i patrimoni e i titoli finanziari, spesso protetti da sistemi che ne rendono complessa la tracciabilità. Questa opacità rischia di consolidare dinamiche di tipo dinastico, con circa 70mila miliardi di dollari che nei prossimi dieci anni potrebbero confluire verso una ristretta cerchia di eredi.

Accanto all’eredità patrimoniale, la ricerca economica individua nei cambiamenti climatici e nell’intelligenza artificiale i principali acceleratori delle disuguaglianze future. L’automazione digitale avanzata rischia di concentrare i guadagni di produttività sui possessori dei sistemi di calcolo e dei brevetti, comprimendo la domanda di lavoro ordinario. Parallelamente, il dissesto ecologico colpisce maggiormente le comunità prive di risorse materiali per difendersi dagli eventi meteorologici estremi, mentre i costi della riconversione industriale ricadono spesso sui bilanci delle famiglie a basso reddito. Come evidenziano gli studiosi e i componenti del comitato promotore nelle loro conclusioni, la nascita di un comitato scientifico globale non mira a sostituire il dibattito politico con la sola tecnica economica, ma intende fornire a cittadini e decisori pubblici una base di evidenze trasparenti, armonizzate e condivise, indispensabili per valutare i costi delle scelte collettive e costruire politiche di sviluppo fondate sulla tutela dei beni comuni e sull’equità tra le generazioni.

(Foto di Nicholas Cappello su Unsplash)

Se sei arrivato fin qui

Magari ti interessa iscriverti alla nostra newsletter settimanale. Ricevereai il riepilogo delle cose che pubblichiamo sul blog, e se succede qualcosa di importante che riguarda l’associazione lo saprai prima di tutti.

Un paio di clic e ci sei

Privacy Preference Center