Mentre molti governi occidentali intensificano i controlli e le politiche di espulsione, la Spagna ha intrapreso un percorso diametralmente opposto. Il consiglio dei ministri spagnolo ha infatti approvato recentemente un decreto che apre le porte alla residenza legale per centinaia di migliaia di persone. Come analizzato in un contributo per The Conversation, questa misura punta a far uscire dall’invisibilità amministrativa circa 500mila migranti che già vivono e lavorano nel paese, segnando una netta volontà di integrazione rispetto alla logica dell’esclusione che domina i dibattiti internazionali in questi ultimi anni.
Il provvedimento non è una decisione improvvisa del governo, ma il risultato di un lungo processo nato dal basso attraverso un’iniziativa legislativa popolare (uno strumento costituzionale che permette ai cittadini di sottoporre proposte al Parlamento raccogliendo un numero minimo di firme). In questo caso, oltre 700mila cittadini hanno sostenuto la richiesta delle organizzazioni sociali per regolarizzare chi risiede nel paese senza godere dei diritti di base. Nonostante un iniziale blocco parlamentare nel 2024, il governo ha scelto di riattivare la proposta, stabilendo che chiunque possa dimostrare una residenza continua di almeno cinque mesi prima della fine del 2025 possa richiedere un permesso temporaneo, a patto di non avere precedenti penali e di non rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico.
La scelta attuale poggia su solide basi storiche ed economiche. Già nel 2005, la Spagna aveva attuato una manovra simile coinvolgendo oltre 570mila persone. Le ricerche accademiche condotte su quel periodo hanno dimostrato che la regolarizzazione ha portato a un aumento delle entrate fiscali e dei contributi alla sicurezza sociale (il sistema pubblico che garantisce assistenza e previdenza ai lavoratori), migliorando complessivamente le dinamiche del mercato del lavoro. Contrariamente alle previsioni dei critici, quel processo non ha innescato il cosiddetto “effetto richiamo”, ma ha semplicemente formalizzato una realtà già esistente, permettendo a migliaia di lavoratori di uscire dall’economia sommersa per contribuire attivamente al benessere dello Stato.
Il tempismo del decreto è diventato oggetto di accese controversie politiche, visto che arriva in un momento di fragilità per la coalizione di governo guidata dal partito socialista. Le opposizioni hanno accusato l’esecutivo di utilizzare la questione migratoria come una manovra di distrazione rispetto a problemi interni, tra cui un tragico incidente ferroviario avvenuto ad Adamuz e alcune inchieste giudiziarie che hanno coinvolto figure vicine al primo ministro. Tuttavia, l’adozione della misura tramite un decreto reale (un atto normativo con forza di legge emanato dal governo che non richiede l’approvazione immediata del Parlamento) riflette la complessità della geografia politica spagnola attuale, dove la ricerca di una maggioranza stabile è ostacolata da una forte polarizzazione.
L’obiettivo centrale della riforma rimane l’emersione, cioè l’uscita dalla condizione di irregolarità e dall’economia sommersa per rendere visibile e legale la posizione dei lavoratori. Oltre a garantire la stabilità dei lavoratori, il decreto pone una particolare attenzione alla coesione familiare, permettendo la regolarizzazione simultanea dei figli minorenni con permessi di durata quinquennale. Sebbene le stime ufficiali parlino di mezzo milione di beneficiari, alcuni istituti di ricerca economica suggeriscono che il numero di persone in situazione irregolare in Spagna possa toccare le 840mila unità. Integrare queste persone nel sistema legale non è solo un atto di giustizia verso chi già partecipa alla vita del Paese, ma una strategia per rafforzare le finanze pubbliche e garantire che i diritti fondamentali non rimangano una prerogativa di pochi, ma una realtà tangibile per tutti i membri della società.
(Foto di Alexander Awerin su Unsplash)
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