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La valutazione dello stato di salute di un paese continua a essere quasi interamente vincolata all’andamento del prodotto interno lordo, noto come PIL. Tuttavia, limitarsi a registrare il volume dei beni e dei servizi scambiati ogni anno sul mercato impedisce di capire se la crescita stia costruendo una prosperità duratura o se stia invece erodendo le risorse lasciate in eredità alle generazioni future. Come illustra un articolo pubblicato su Nature, la vera sfida della sostenibilità non coincide con la scelta tra accelerare o frenare i ritmi produttivi, ma sta nella capacità delle istituzioni di garantire una reale giustizia intergenerazionale, ossia il principio etico e politico secondo cui ogni generazione ha il dovere morale di trasmettere a quella successiva un patrimonio complessivo di risorse non inferiore a quello ricevuto in dote.

Questa impostazione affonda le proprie radici nel pensiero classico e ritrova una sorprendente attualità a 250 anni dalla pubblicazione della celebre opera di Adam Smith sulla ricchezza delle nazioni. Già nel Settecento, il filosofo ed economista scozzese definiva la ricchezza collettiva non come semplice disponibilità di moneta, ma come la consistenza complessiva dei beni durevoli, delle terre fertili e delle abilità pratiche maturate dai cittadini. Nella sua riflessione morale, Smith evidenziava come la prosperità derivi dalla parsimonia e dalla cura con cui una società preserva il proprio patrimonio, condannando la tendenza a soddisfare i bisogni immediati scaricando i costi sul futuro, come accade con l’accumulo sconsiderato del debito pubblico. Giudicare la condotta economica attraverso la lente di un osservatore imparziale significa quindi chiedersi come le comunità di domani valuteranno la gestione dell’eredità ricevuta, distinguendo l’arricchimento effettivo dal mero consumo distruttivo delle risorse ereditate.

Nel corso del Novecento, questa intuizione morale è stata formalizzata dalle scienze economiche attraverso il concetto di risparmio equo, l’obbligo teorizzato dal filosofo John Rawls secondo cui ciascuna epoca storica deve accantonare una quota adeguata di risorse concrete e durevoli – come infrastrutture, impianti e conoscenze – per preservare le conquiste della civiltà e sostenere il benessere futuro. Gli sviluppi successivi, promossi da economisti come Robert Solow, Partha Dasgupta e Amartya Sen, hanno chiarito che la tutela delle opportunità future impone di considerare la base produttiva nella sua interezza. Se un paese esaurisce giacimenti fossili o disbosca foreste per sostenere i consumi immediati senza reinvestire quei proventi in infrastrutture stabili, nella formazione dei giovani o nella salute collettiva, la crescita registrata nelle casse statali si traduce in un impoverimento reale del capitale sociale e naturale.

Per superare i limiti strutturali del PIL e monitorare l’effettiva tenuta della base economica, gli esperti propongono l’adozione sistematica della ricchezza inclusiva, l’indicatore composito che quantifica il valore complessivo del capitale prodotto, del capitale umano e del capitale naturale a disposizione di una comunità. Mentre il PIL misura un flusso temporaneo di entrate senza registrarne il deprezzamento, misurare la ricchezza inclusiva rivela se l’attività economica stia accrescendo o consumando lo stock di risorse su cui poggia la società. Le discrepanze tra i due parametri sono evidenti nelle serie storiche della Banca mondiale: diversi paesi esportatori di materie prime hanno registrato incrementi significativi del reddito pro capite negli ultimi decenni a fronte di una contrazione della propria ricchezza inclusiva, segnalando che i ricavi estrattivi sono stati dispersi senza generare benefici strutturali per il territorio.

Riformare i sistemi contabili nazionali e pubblicare regolarmente bilanci patrimoniali completi rappresenta il primo passo operativo per orientare le politiche pubbliche verso una reale sostenibilità. Integrare la contabilità del capitale naturale, dei servizi ecosistemici e della salute pubblica all’interno degli standard statistici ufficiali consente di sottrarre il benessere collettivo dagli indicatori monetari di breve termine. Come ricorda l’analisi di Nature, le metriche quantitative rimangono uno strumento al servizio di un fine più alto: una società autenticamente prospera non si limita ad alleviare le difficoltà del presente, ma custodisce e accresce il patrimonio umano, ambientale e civile indispensabile per permettere anche a chi verrà dopo di noi di prosperare.

(Foto di Doncoombez su Unsplash)

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