La fine del governo di Viktor Orbán in Ungheria non rappresenta soltanto una svolta negli equilibri politici europei, ma segna l’inizio di un complesso processo di ricostruzione per il mondo della ricerca e dell’università. Dopo sedici anni di governo caratterizzati da una progressiva erosione dell’indipendenza scientifica, la vittoria di Péter Magyar e del suo partito Tisza apre una finestra di speranza per migliaia di studiosi che hanno visto il proprio lavoro piegato a logiche di propaganda. Come analizzato in un approfondimento su The Conversation e in una riflessione su Nature, il compito del nuovo esecutivo sarà quello di smantellare un sistema che ha trasformato gli atenei in strumenti di controllo ideologico, isolando il paese dai circuiti dell’eccellenza internazionale.
Il ritorno dell’Ungheria verso un modello pienamente europeo promette di restituire ossigeno a un settore che, sotto la guida di Viktor Orbán, è stato sistematicamente privato della sua libertà accademica, che sancisce il diritto dei ricercatori di condurre indagini e comunicare i risultati senza interferenze politiche o religiose. Negli ultimi anni, il governo uscente aveva attuato una radicale riorganizzazione degli atenei, trasferendo la gestione di molte università a fondazioni private guidate da esponenti vicini al partito di maggioranza. Questa manovra non aveva solo scopi amministrativi, ma mirava a creare un’autocrazia dell’informazione: un sistema di potere in cui il controllo del consenso non passa per la forza fisica, ma per la manipolazione capillare dei flussi di notizie e dei centri di formazione, dove la scienza doveva rispondere a criteri di fedeltà politica piuttosto che di rigore metodologico.
Le conseguenze di questo controllo sono state immediate e tangibili. In risposta alla perdita di autonomia istituzionale, l’Unione europea aveva deciso nel 2022 di congelare circa 6,3 miliardi di euro destinati a programmi di ricerca e scambi culturali. Questo provvedimento ha colpito duramente 21 università ungheresi, escludendole dai progetti di cooperazione continentale. Tuttavia, il danno più profondo è stato quello legato al capitale sociale, cioè l’insieme delle relazioni di fiducia e collaborazione che permettono a una comunità scientifica di crescere: molti ricercatori internazionali hanno infatti iniziato a boicottare le conferenze in Ungheria, rifiutando di legittimare un sistema che aveva costretto istituzioni prestigiose, come la Central European University, a trasferirsi all’estero per poter continuare a operare liberamente.
Il nuovo governo guidato da Péter Magyar si trova ora di fronte alla necessità di sbloccare circa 17 miliardi di euro di fondi europei, ma la sfida non riguarda solo l’aspetto economico. La comunità scientifica ungherese avverte che non sarà sufficiente un semplice ritorno al passato pre-Orbán: occorre costruire un sistema moderno, trasparente e capace di competere nel contesto attuale. Esiste inoltre una preoccupazione legata ai riflessi internazionali del modello ungherese, che negli ultimi anni era diventato un punto di riferimento per le riforme conservatrici negli Stati Uniti e un ponte per favorire l’influenza della Cina in Europa. Restaurare la sovranità della scienza ungherese significa quindi anche riaffermare l’appartenenza del paese a uno spazio di valori democratici dove l’innovazione non è subordinata all’asservimento politico.
Nonostante l’entusiasmo per il cambiamento, diversi studiosi invitano alla cautela e alla stabilità. La ricerca richiede tempi lunghi e un ambiente privo di turbolenze ideologiche per poter produrre risultati significativi per la salute pubblica e il progresso tecnologico. Sebbene alcune riforme dei governi Orbán abbiano paradossalmente migliorato la capacità di attrarre talenti internazionali riducendo parte della burocrazia statale, il prezzo pagato in termini di credibilità è stato altissimo. L’obiettivo per il futuro sarà conservare gli aspetti gestionali più efficienti, eliminando però ogni forma di entanglement politico (l’intreccio improprio tra interessi di partito e attività scientifica) che ha finora minato la reputazione degli atenei ungheresi.
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