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In questi giorni di fine 2016, in cui il dibattito politico e l’informazione sono monopolizzati dai postumi della crisi di governo e da altre crisi “territoriali” (Milano e Roma su tutte), il pensiero va a quella parte di società che da questo ristrettissimo ordine del giorno resta esclusa. Tra tutti i soggetti più deboli che spesso finiscono ai margini del dibattito, ci preme parlare di quelli che sono già in qualche modo “confinati”, perché hanno commesso un reato e si trovano in carcere.

Chi ci segue da più tempo avrà notato che è uno dei temi su cui torniamo regolarmente, e continueremo a farlo, perché come ebbe a dire lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, «Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni». E sapeva di cosa parlava, avendo passato cinque anni della propria vita in carcere per aver preso parte a gruppi “sovversivi” (rei soprattutto di dedicarsi alla lettura di testi non graditi al regime politico di allora).

In Italia, superata la drammatica stagione del sovraffollamento (ancora non risolto in alcune realtà), si sta aprendo un interessante dibattito, anche grazie al Ministero della Giustizia, che nei mesi scorsi ha inaugurato gli Stati generali sull’esecuzione penale. Si è trattato di un’occasione utile per riunire esperti e professionisti del settore, che si sono confrontati e hanno prodotto le linee guida per un progetto di riforma del sistema carcerario di ampio respiro. Con questa iniziativa si sono composti diversi Tavoli, sono state effettuate audizioni, visite a penitenziari italiani e stranieri, si sono promossi incontri di studio e interventi a convegni, e infine sono stati prodotti dei rapporti conclusivi di tutta l’esperienza.

Il documento finale è consultabile sul sito del Ministero, e al suo interno i suoi firmatari analizzano in maniera accorta e organica il problema dell’esecuzione penale e chiariscono da dove deve partire il percorso per una sua radicale riforma. Quest’ultima non ci può essere se prima non si crea il contesto culturale necessario a fare in modo che sia accettata dalla società civile. Gli autori del documento sono molto chiari nel definire responsabilità e limiti dell’informazione e della politica nel presentare il fenomeno alla collettività: «La difficile, ma indispensabile premessa di ogni riforma dell’esecuzione penale che ambisca a durare è quindi una capillare, efficace, non episodica opera di corretta formazione e informazione dell’opinione pubblica, altrimenti portata a misurarsi con il problema soltanto secondo un registro emotivo, pendolarmente penalizzante o indulgente. […] smantellando – dati alla mano – il luogo comune che si traduce nello slogan “più carcere, più sicurezza sociale”; significa prepararla a giudicare e a sollecitare le scelte di politica penitenziaria con maggiore consapevolezza. […] Le misure di comunità, infatti, hanno bisogno di un territorio accogliente, che condivida i principi posti alla base delle politiche di reinserimento. È quindi indispensabile agire sulla mentalità diffusa per far comprendere, sulla base di considerazioni razionali e non solo emotive, quanto la ricomposizione delle fratture sociali sia conveniente per tutta la comunità oltre che per il condannato, non foss’altro perché il suo reinserimento attivo nella collettività riduce drasticamente i rischi di recidiva».

Uno dei problemi, si potrebbe dire, è costituito dal fatto che la stragrande maggioranza di chi sta leggendo questo articolo non ha mai visitato un carcere, non lo farà mai e probabilmente non avrà mai a che fare con ex-detenuti nella propria vita. Quella dei carcerati è una sorta di società parallela, che priva gli individui che ne fanno parte dei legami che prima avevano con il resto della società. Col risultato che, soprattutto nei casi in cui la pena prevede tempi di detenzione molto lunghi, l’intento riabilitativo del detenuto è del tutto trascurato. Anzi, il carcerato si ritrova in una bolla che, col passare degli anni, arriva a conoscere molto meglio di quanto conoscesse il mondo fuori dal carcere. E quindi si sente sempre più inadeguato a tornare in libertà, fino a non volerlo più, e a preferire la rassicurante realtà carceraria, che seppure difficile almeno si conosce. «Nell’ottica di favorire una crescente sensibilizzazione dell’opinione pubblica – prosegue il documento –, sarebbe auspicabile che si riuscissero a moltiplicare le occasioni in cui la collettività possa avvicinarsi al carcere per conoscere di quale sordida e misera materialità sia quasi sempre fatta la giornata del recluso, quanto sia inesorabilmente lento il tempo dell’inedia, quanto disperante e demotivante sia per taluni condannati l’impossibilità di sognare un domani degno di essere vissuto. “Bisogna aver visto”, ammoniva Calamandrei, prima di parlare di pena e di carcere».

È un peccato che questo documento, pubblicato in aprile, non abbia conosciuto la diffusione e la popolarità che meriterebbe. Come scrive Carmelo Musumeci, ergastolano condannato per reati legati alla sua frequentazione degli ambienti mafiosi, «Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali». È con questa amara considerazione che dobbiamo fare i conti nel ripensare un sistema carcerario ispirato alle più moderne esperienze riabilitative del Nord Europa. Una società con più persone in carcere non è una società più sicura. Al contrario, è una comunità che non ha trovato il modo di crescere insieme, e quindi ha deciso che è giusto lasciare indietro alcuni.

Fonte foto: flickr

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