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Nel secondo dopoguerra, mentre l’umanità cercava di elaborare gli orrori dei regimi totalitari, la psicologia sociale si concentrò quasi esclusivamente sull’impatto del contesto. Esperimenti celebri ma discutibili, come quelli condotti da Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità o da Philip Zimbardo sulle dinamiche di potere all’interno di un finto ambiente carcerario, diffusero l’idea che, nelle giuste condizioni di pressione sociale, chiunque potesse piegarsi al conformismo più cieco. Questa prospettiva, che attribuisce la responsabilità delle azioni unicamente a variabili esterne come l’isolamento o la propaganda, ha dominato la saggistica per generazioni, trascurando le dinamiche interne degli individui che scelsero invece di disobbedire e di resistere. Anche nei test più estremi, una quota consistente di partecipanti rifiutò di conformarsi, dimostrando che la reazione alla pressione sociale non è universale. Come evidenziato da un’analisi pubblicata su Psyche, per comprendere la radice dell’estremismo ideologico (l’adesione dogmatica a visioni del mondo radicali, spesso accompagnata dalla disponibilità a tollerare o promuovere la violenza pur di difendere la propria causa) non basta studiare le dinamiche ambientali, ma occorre indagare le caratteristiche psicologiche e biologiche dei singoli individui.

La ricerca neuroscientifica contemporanea suggerisce che uno dei fattori di rischio principali risieda nella rigidità cognitiva, cioè la difficoltà psicologica e neurologica ad adattare i propri schemi mentali e il proprio comportamento di fronte a cambiamenti improvvisi o a situazioni di incertezza. Per valutare questo tratto in modo per quanto possibile oggettivo, senza affidarsi a questionari nei quali le persone tendono a sovrastimare la propria elasticità, gli scienziati utilizzano compiti neuropsicologici standardizzati come il test di classificazione delle carte da gioco, un esercizio in cui i partecipanti devono abbinare le carte seguendo regole logiche che cambiano all’improvviso e senza preavviso. Nel momento in cui la regola di associazione cambia – ad esempio passando dal criterio del colore a quello dei simboli – i “pensatori flessibili” si adattano rapidamente per tentativi ed errori. I “pensatori rigidi”, al contrario, continuano ad applicare ripetutamente la vecchia regola, ignorando che un nuovo schema è entrato in gioco.

Le prove di laboratorio indicano una correlazione sistematica tra questa incapacità di adattamento nei giochi digitali e la tendenza all’autoritarismo e al dogmatismo politico. Chi mostra una maggiore rigidità cognitiva nei test non verbali tende a sostenere posizioni di obbedienza incondizionata all’autorità, a rifiutare visioni alternative e ad approvare la violenza in nome di un ideale collettivo. Questa vulnerabilità non dipende dal contenuto specifico del pensiero – ovvero dalle singole convinzioni politiche, religiose o nazionaliste – ma dal modo stesso in cui il cervello elabora le informazioni. I rilievi statistici confermano infatti che la rigidità cognitiva caratterizza in egual misura gli estremi opposti dello spettro politico, sia all’estrema destra che all’estrema sinistra, mentre le persone che mantengono un pensiero indipendente e diffidano delle etichette precostituite mostrano livelli di flessibilità e immaginazione nettamente superiori.

Comprendere che la suscettibilità al dogmatismo sia un tratto individuale legato alla struttura del pensiero offre importanti strumenti per la tutela della salute mentale e la prevenzione del disagio sociale. Invece di contrastare le derive ideologiche unicamente attraverso la confutazione delle narrazioni o l’appello alla morale, le strategie di intervento più efficaci potrebbero concentrarsi sul potenziamento della capacità del cervello di ristrutturare la propria conoscenza e di adattare il comportamento alle mutevoli richieste dell’ambiente. Poiché la flessibilità mentale è un tratto plastico, può essere allenata e potenziata a qualsiasi età attraverso l’esercizio intellettuale, la curiosità e l’abitudine al confronto con il diverso. Promuovere un’educazione che alleni la mente all’incertezza e all’umiltà intellettuale rappresenta la difesa più solida contro la polarizzazione sociale, garantendo che il pensiero rimanga uno strumento di esplorazione aperta e non una barriera eretta contro la realtà.

(Foto di Tingey Injury Law Firm su Unsplash)

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