Si stima che a Gaza siano andati persi oltre 3 milioni di anni di vita e più di 1 milione di questi riguardano bambini e bambine di età inferiore ai 15 anni. E 15 anni sono quelli necessari per riportare alle condizioni di salute che precedevano un conflitto, come sottolinea uno studio pubblicato sul Bmj. Ne scrive Scienza in Rete.
Dopo il cosiddetto “cessate il fuoco” del conflitto palestinese, quella che in realtà sembra cessata è l’attenzione e la partecipazione agli eventi drammatici che sono successi e continuano a succedere, anche se forse con minore intensità, nella Striscia e sul nuovo fronte della guerra all’Iran.
La povertà affligge i palestinesi della Striscia di Gaza che vivono in condizioni di vita precarie per la mancanza di adeguati aiuti, di energia elettrica, di case, di ospedali. Le poche scuole non distrutte vengono utilizzate come rifugi per l’enorme massa di sfollati. Quindi la possibilità per i bambini e le bambine di tornare a scuola si allontana ulteriormente. Nel frattempo, anche perché molti sono orfani di famiglie in cui uno o entrambi i genitori sono stati uccisi nella guerra, sono costretti a lavorare vendendo il tè per le strade o a raccogliere oggetti che possono essere usati come combustibile.
Manca una visione a breve e a lunga distanza temporale sugli interventi essenziali e prioritari, anche associati agli impatti che questi interventi potranno avere sulla salute e le aspettative di vita, con particolare riguardo dei gruppi più fragili, tra cui i bambini e le bambine, come riporta uno studio appena pubblicato dal British Medical Journal Paediatrics Open. Tutti aspetti che non erano all’ordine del giorno del primo incontro del cosiddetto Board of Peace il 19 febbraio e che ancora meno pesano sulle scelte di guerra odierne, che considerano il bombardamento di una scuola un effetto collaterale. E non lo saranno neppure nella riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu Bambini, tecnologia e istruzione nei conflitti, presieduta da Melania Trump, per la costante e primaria ragione commerciale che «l’apprendimento digitale è un’ancora di salvezza vitale per i bambini in contesti di conflitto. Sono necessarie protezioni solide, investimenti costanti e, in ultima analisi, una pace duratura per salvaguardare il loro diritto all’apprendimento».
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(Foto di Mohammed Ibrahim su Unsplash)
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