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Un piccolo incremento delle temperature medie nelle regioni tropicali è sufficiente per mettere in crisi la coltivazione del caffè e l’intera filiera agricola globale. L’intensificarsi delle siccità e l’imprevedibilità delle piogge stanno infatti logorando le piantagioni di tutto il pianeta, minacciando direttamente il sostentamento di oltre venticinque milioni di piccoli agricoltori in un mondo che consuma quotidianamente oltre due miliardi e duecentocinquanta milioni di tazzine. Raccontare l’impegno dei botanici che esplorano le foreste tropicali alla ricerca di varietà selvatiche di caffè permette di capire come la tutela della biodiversità sia la sola garanzia per proteggere le nostre abitudini quotidiane e la stabilità economica dei territori produttori.

La quasi totalità del mercato globale del caffè, il cui valore commerciale sfiora i 250 miliardi di dollari all’anno, poggia su due sole specie coltivate su larga scala: la arabica (la varietà più diffusa e apprezzata per la sua dolcezza e complessità aromatica, ma estremamente vulnerabile alle temperature superiori ai trenta gradi) e la robusta (più ricca di caffeina e tollerante alle variazioni termiche, usata principalmente per i preparati istantanei ma caratterizzata da un profilo del gusto meno raffinato). Anche la robusta mostra oggi preoccupanti segni di sofferenza di fronte agli shock climatici: negli altopiani centrali del Vietnam, principale area di produzione mondiale, l’alternanza di prolungate siccità e alluvioni improvvise ha causato un forte calo dei raccolti. Nelle regioni montane della Colombia invece i coltivatori di arabica sono costretti a spostarsi a quote sempre più elevate alla ricerca di climi freschi, mentre in Brasile una combinazione di siccità e gelate ha distrutto in una sola stagione circa seicento milioni di chilogrammi di prodotto. Come racconta un lungo articolo dell’Economist, l’intensificarsi degli eventi climatici estremi rischia di rendere inutilizzabile entro il 2050 oltre la metà delle attuali aree agricole vocate alla coltivazione della varietà arabica, in paesi importanti come l’Etiopia, la Colombia e il Brasile. Di fronte a questo scenario, che dal 2020 a oggi ha già visto raddoppiare il prezzo medio del caffè macinato negli Stati Uniti, gli analisti stimano che entro un decennio il caffè potrebbe trasformarsi da bene di consumo di massa in un prodotto di lusso accessibile a pochi.

Per evitare questa contrazione e proteggere la catena di approvvigionamento, il botanico Aaron Davis, ricercatore presso i Royal Botanic Gardens di Kew a Londra, ha ha cominciato a esplorare il mondo in cerca di specie selvatiche di caffè. Davis cura un archivio scientifico che conserva oltre sette milioni di campioni botanici e insieme ai suoi collaboratori ha scoperto circa un terzo di tutte le centotrenta specie di caffè selvatico note alla scienza, dedicando gli ultimi decenni alla ricerca di varietà dimenticate. Basandosi sui verbali ottocenteschi del botanico scozzese George Don e incrociando i dati storici con le mappe di ricerca del collega Jeremy Haggar e dello specialista locale Daniel Sarmu, nel 2018 Davis ha rintracciato nelle foreste della Sierra Leone la stenophylla, una specie selvatica di caffè nativa dell’Africa occidentale in grado di crescere in climi caldi e secchi conservando un profilo aromatico di altissima qualità. Ritenuta estinta per oltre mezzo secolo, questa pianta ha dimostrato nei test d’assaggio e nei test alla cieca una straordinaria somiglianza con le migliori selezioni di arabica, rivelando note setose, dolci e fiorite pur essendo naturalmente adattata a temperature medie molto più elevate.

Nonostante il potenziale scientifico di queste scoperte, il percorso verso l’adozione commerciale della nuova specie appare complesso. La grande industria del caffè destina tradizionalmente meno dello 0,1 per cento del proprio fatturato alla ricerca e allo sviluppo. Inoltre, l’addomesticamento di una pianta selvatica richiede decenni di lavoro agronomico: il processo richiede generazioni di selezioni per stabilizzarne le rese, comprendere le esigenze di ombreggiamento e convincere gli agricoltori a convertire i propri terreni. Per proteggere i raccolti nelle decine di piantagioni sperimentali avviate in Sierra Leone, i ricercatori stanno affiancando alla coltivazione della stenophylla l’uso della liberica (una varietà di caffè particolarmente resistente al calore e adatta a offrire ombra naturale alle piante più delicate) e di ibridi naturali come la “libex” (un incrocio tra liberica ed excelsa che unisce la resistenza termica a una resa produttiva superiore), creando sistemi agricoli diversificati e maggiormente capaci di resistere agli shock ambientali.

Garantire un futuro alla coltivazione del caffè richiede quindi di superare le logiche commerciali di breve periodo per investire nella ricerca biologica e nella protezione degli ecosistemi naturali. Sostenere la diversificazione delle specie e il lavoro dei coltivatori locali è la via maestra per proteggere un patrimonio agricolo e culturale universale, nonché la continuità dei piccoli piaceri della nostra vita quotidiana.

(Foto di Andres Hernandez su Unsplash)

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