Nella ricostruzione degli eventi che seguono la chiusura di un capitolo difficile in un’associazione, si manifesta quasi sempre un riflesso condizionato: la tendenza a individuare un unico responsabile. Chiusa la parabola del dirigente travolto da accertamenti su condotte scorrette o non trasparenti, l’attenzione di chi rimane si affretta a circoscrivere ogni responsabilità a quella singola figura. Il leader caduto si trasforma così nel capro espiatorio perfetto, a cui attribuire ogni errore, ogni irregolarità e ogni opacità del passato.
Si tratta di un’operazione consolatoria e politicamente comoda. Trasformare una responsabilità complessa e stratificata nel progetto solitario di un unico individuo permette al resto del gruppo dirigente di accreditare una narrazione auto-assolutoria: “Siamo stati ingannati anche noi”, oppure “Noi pensavamo solo al bene dell’associazione”.
Eppure, nei sistemi democratici e nelle strutture associative fondate sul principio della collegialità, l’esercizio del potere non è mai un monologo. Le decisioni strategiche, le approvazioni di spesa, le modifiche regolamentari e le nomine passano inevitabilmente attraverso verbali, discussioni e votazioni in organi collegiali. Di fronte a questo dato strutturale, la narrazione della “buona fede tradita” rivela rapidamente la sua fragilità.
C’è un elemento che in molte gestioni problematiche dovrebbe suonare fin da subito come un campanello d’allarme: il serrare le file di un blocco di fedelissimi di fronte a qualsiasi obiezione. Il dissenso, infatti, in questi contesti è emerso a più riprese; ci sono state voci che hanno sollevato perplessità, chiesto chiarimenti o espresso voti contrari. Eppure, da parte di quella maggioranza granitica che sosteneva il leader, non si è registrata alcuna disposizione all’ascolto. Ogni dubbio è stato minimizzato, derubricato a sterile polemica o ignorato in nome di una compattezza faziosa. Quando un gruppo di dirigenti sceglie di fare blocco a prescindere, rifiutando di ascoltare le avvertenze che arrivano dal dibattito, ci si trova davanti a due sole alternative: o una totale abdicazione della propria funzione di vigilanza, oppure un’adesione acritica per convenienza. In entrambi i casi, non si tratta di neutralità, ma di piena corresponsabilità.
Presentarsi all’indomani della caduta del leader come “semplici esecutori” o sostenere di non essere stati a conoscenza della gravità delle cose significa travisare il senso stesso della carica dirigenziale. Chi accetta di sedere in un consiglio ha il dovere etico e statutario di valutare con la propria testa le sollecitazioni che arrivano dall’aula, specie quando arrivano chiari segnali d’allarme. Se di fronte a quei segnali si è scelto di chiudere gli occhi e fare scudo per quieto vivere, per appartenenza di corrente o per preservare la propria posizione, non ci si può poi proclamare estranei ai fatti.
Una vera ripartenza per un’organizzazione non può dunque limitarsi alla rimozione del vertice, lasciando immutato il blocco che ne ha permesso e sostenuto l’operato. Continuare a scaricare ogni colpa su chi non c’è più, senza avviare una profonda e sincera autocritica sul ruolo svolto da chi è rimasto e ha scelto di ignorare il dissenso, significa condannare l’associazione a una farsa. Perché una comunità non si risana trovando un capro espiatorio, ma prendendo atto che chi ha taciuto e voltato le spalle a chi chiedeva trasparenza ha già espresso, nei fatti, il proprio giudizio.
(Foto di Hamza Samad su Pexels)
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