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Nel dibattito sulla vita associativa e sulle responsabilità di chi la guida, l’attenzione tende quasi sempre a concentrarsi sulla figura al vertice. Quando le verifiche e gli accertamenti confermano comportamenti eticamente o formalmente inaccettabili, l’epilogo naturale si trasforma nell’uscita di scena del diretto interessato. Eppure, concentrarsi unicamente sulla parabola del singolo leader rischia di oscurare un fenomeno altrettanto ben radicato: la condotta di chi, per tutta la durata di quel mandato, gli è stato a fianco sostenendone ogni scelta.

In molte strutture si assiste a una dinamica ricorrente. Attorno al dirigente apicale, la cui condotta si rivelerà poi opaca, per anni ha operato un gruppo di consiglieri o dirigenti locali che ha approvato e votato ogni singola proposta, senza mai sollevare un dubbio, richiedere un approfondimento o pretendere il rispetto delle regole. Di fronte a un simile atteggiamento, delle due l’una: o si è trattato di una consapevole complicità, dettata da convenienza e opportunismo; oppure ci si trova di fronte a un’incapacità di valutazione talmente grave da sconfinare nell’ingenuità.

In entrambi i casi, l’esito dovrebbe essere identico. Quando le responsabilità vengono accertate, la reazione di chi ha avallato quelle condotte dovrebbe essere guidata dalla dignità: avvertire l’imbarazzo, arrossire, chiedere scusa e farsi spontaneamente da parte.

Invece, troppo spesso assistiamo al contrario. Chiusa la questione, coloro che ne hanno scandito ogni passaggio rimangono al loro posto come se nulla fosse accaduto. Non solo non avvertono il bisogno di fare autocritica, ma pretendono persino di avere un ruolo centrale nella nuova gestione associativa, dispensando lezioni a chi si trova a dover raccogliere l’eredità della gestione passata.

È un atteggiamento che apre un problema ancora più grande, specie quando si parla di rappresentanza. Come può una figura che per anni ha avallato gestioni scorrette continuare a rappresentare l’associazione a livello regionale e nazionale? Se a livello locale si può ancora tollerare la presenza di chi continua a dare il proprio contributo operativo, all’esterno e ai vertici la credibilità è tutto. Presentarsi come il volto e la voce di una comunità dopo aver sostenuto acriticamente chi ne ha violato le regole mina la reputazione dell’intera organizzazione.

In queste situazioni torna regolarmente a galla una formula usata quasi come uno scudo: “andiamo oltre”. È un appello apparentemente saggio, perché le associazioni hanno bisogno di guardare avanti e di non rimanere aggrappate al passato. Ma “andare oltre” non può e non deve concretizzarsi in un’amnesia collettiva o in un colpo di spugna. Se si vuole davvero andare oltre, per il bene della comunità, è indispensabile che ci si vada tutti insieme: compresi coloro che, preso atto dei propri errori e della propria incapacità di vigilare, abbiano il decoro di arrossire, chiedere scusa e fare un passo indietro.

(Foto di Leeloo The First su Pexels)

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