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La strategia dell’Unione europea per il contrasto alla povertà sta mostrando limiti strutturali. Sebbene la Commissione europea abbia dichiarato l’obiettivo ambizioso di azzerare la povertà entro il 2050, le stesse autorità ammettono la difficoltà di raggiungere traguardi intermedi molto più modesti. Come riportato in un’analisi di EUobserver, la commissaria europea per i diritti sociali, Roxana Mînzatu, ha recentemente riconosciuto che l’Unione sta procedendo a stento. I dati confermano che finora solo 3,7 milioni di cittadini europei sono stati sottratti a condizioni di grave difficoltà, a fronte di un totale stimato di 92 milioni di persone in stato di indigenza, rendendo il traguardo di salvare 15 milioni di persone entro i prossimi quattro anni una prospettiva apparentemente fuori portata.

Per invertire questa tendenza, il piano europeo punta su strumenti come la Garanzia europea per l’infanzia, un’iniziativa comunitaria volta ad assicurare l’accesso gratuito e tempestivo a servizi essenziali, come l’educazione e l’assistenza sanitaria, per i minori a rischio di esclusione sociale. Tuttavia, diverse voci all’interno del Parlamento Europeo denunciano un divario profondo tra la retorica della solidarietà e l’effettiva allocazione delle risorse. Alcuni parlamentari, come l’irlandese Aodhán Ó Ríordáin, accusano le istituzioni di piegarsi eccessivamente agli interessi delle grandi aziende, evidenziando che le uniche emergenze affrontate con reale urgenza riguardano la sicurezza dei confini e la semplificazione burocratica per le imprese. Secondo i critici, sarebbero necessari almeno 20 miliardi di euro per contrastare efficacemente la povertà infantile, oltre all’introduzione di un divieto vincolante a livello europeo per gli sfratti senza colpa, ossia la risoluzione unilaterale del contratto di locazione da parte del proprietario in assenza di qualsiasi inadempienza finanziaria o comportamentale da parte dell’inquilino.

Un aspetto particolarmente allarmante riguarda la categoria del lavoro povero, la condizione di instabilità per cui individui regolarmente occupati non riescono a coprire i costi della vita a causa di salari insufficienti e contratti precari. Organizzazioni come Caritas Europa sottolineano che l’inserimento nel mercato occupazionale non rappresenta più uno scudo automatico contro l’indigenza. La crescita esponenziale dei costi degli alloggi, l’inflazione e la fragilità degli ammortizzatori sociali costringono molte famiglie a una privazione materiale costante, pur disponendo di un impiego. Sebbene l’Unione europea abbia precedentemente approvato una direttiva sul salario minimo per favorire la contrattazione collettiva, la mancanza di una norma vincolante sul reddito minimo lascia la gestione delle fragilità alla discrezionalità politica dei singoli stati membri.

La contraddizione nei tempi delle riforme è un altro elemento di forte contrasto politico. Diversi esponenti delle commissioni sociali reputano incomprensibile che, a fronte di una decisa accelerazione verso la militarizzazione (il processo di riorientamento delle risorse pubbliche e della produzione industriale verso scopi di difesa e sicurezza nazionale) programmata entro il 2030, l’obiettivo di eradicare la povertà venga posticipato di ben un quarto di secolo. Questo slittamento rischia di indebolire ulteriormente il pilastro europeo dei diritti sociali, lo strumento introdotto oltre un decennio fa per bilanciare le politiche economiche con il complesso di tutele che garantiscono a ogni cittadino l’accesso al lavoro equo, alla casa e alle cure sanitarie.

(Foto di David Salamanca su Unsplash)

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