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La Convenzione ONU sui diritti delle persone con sisabilità sancisce il diritto di tutte e tutti a vivere in modo indipendente e a essere inclusi nella comunità, ponendo fine alla segregazione. Nonostante i vincoli legali imposti ai paesi membri, un recente rapporto dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) rivela che la violenza e la negligenza contro le persone con disabilità negli istituti di assistenza sono fenomeni endemici e largamente sottostimati in tutta Europa.

Il paradosso è che i luoghi designati come “di cura” si trasformano in spazi di insicurezza. Il rapporto, che si basa su ricerche sul campo in dieci stati membri, identifica la radice della violenza non tanto nei singoli atti, quanto nella natura stessa degli istituti. Questi sono definiti meno dalle loro dimensioni e più dalle loro caratteristiche organizzative: un ambiente segregato, che priva chi le abita della libertà di scelta e del controllo sulle loro vite, generando asimmetrie di potere. Per il rapporto FRA, si intendono come istituti di assistenza i contesti segregati e di grandi dimensioni (come case di cura o ospedali psichiatrici) dove le persone non esercitano il pieno controllo sulle loro vite e sono isolate dalla comunità.

La violenza negli istituti è un fenomeno che va oltre gli abusi fisici o sessuali, i quali sono già gravemente sottostimati. La FRA ha mappato un ampio spettro di violazioni che costituiscono una negazione della dignità umana. Queste includono la violenza subdola e sistemica (come negligenza, isolamento, condizioni di vita degradanti, abuso finanziario e la restrizione della libertà, spesso giustificata come “protezione”) e la violenza medica coercitiva (pratiche come il sovradosaggio di farmaci, l’uso arbitrario di mezzi di contenzione fisica e chimica e, in alcuni paesi, trattamenti non consensuali come l’elettroshock o la sterilizzazione forzata).

Il problema è aggravato dal persistere del modello medico di disabilità, che considera l’individuo come un oggetto da gestire anziché un soggetto di diritto, normalizzando la violenza e rendendo difficile per le vittime (che spesso non ne sono consapevoli) riconoscerla e denunciarla.

Il quadro normativo nazionale, pur recependo gli obblighi della Convenzione, mostra profonde lacune, spesso dovute a un’attuazione disomogenea e a risorse insufficienti. L’Italia è menzionata nel report per la sua partecipazione al lavoro sul campo, che ha messo in luce criticità diffuse.

Si riscontra una frammentazione Legale: i dispositivi di protezione variano notevolmente a seconda del tipo di struttura (sanitaria, psichiatrica o sociale), creando livelli di tutela diseguali e lasciando spesso scoperti i centri di assistenza sociale, dove le violazioni più sottili sono maggiormente prevalenti.

Un altro elemento critico è la debolezza del monitoraggio: il controllo delle strutture è spesso affidato a enti pubblici che rischiano di incorrere in conflitti di interesse, con ispezioni percepite come “superficiali” o basate sul controllo documentale anziché sull’effettiva protezione dei diritti. L’assenza di risorse adeguate impedisce visite regolari, trasparenti e, soprattutto, non annunciate.

Infine, le barriere alla giustizia sono pervasive: la paura di ritorsioni o di perdere il supporto necessario (“il ricatto della dipendenza”) scoraggia le vittime dal denunciare. I meccanismi di reclamo, sia interni che esterni, sono spesso inaccessibili e non tarati sulle esigenze specifiche di persone con disabilità intellettive o comunicative, compromettendo il diritto a un ricorso effettivo.

La FRA e il Comitato che presidia la Convenzione ribadiscono che andare oltre gli istituti di assistenza è l’unica soluzione per eliminare il rischio intrinseco di violenza e realizzare l’autonomia. L’Agenzia esorta l’Unione Europea a rafforzare il suo monitoraggio delle responsabilità, per esempio sospendendo o recuperando i fondi strutturali UE (dal prossimo ciclo finanziario post-2027) qualora questi vengano impiegati per mantenere o costruire strutture di quel tipo.

Il messaggio è che la realizzazione dei diritti fondamentali richiede di superare le disuguaglianze di potere. Solo investendo in servizi di supporto personalizzati e radicati nella comunità, l’Europa può onorare gli impegni assunti e garantire a tutti i cittadini una vita di dignità e libertà, lontano da ogni forma di coercizione.

(Foto di Annabel Podevyn su Unsplash)

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