La lotta contro la crisi climatica richiede un cambiamento sistemico, superando il modello delle sole negoziazioni intergovernative. Un punto di svolta significativo è stato segnato dalla COP30, la Conferenza ONU sul clima che si tiene per la prima volta nel cuore dell’Amazzonia, a Belém, e che ha visto un’inedita e potente partecipazione dei popoli indigeni.
Come evidenziato in un un articolo di The Conversation, le popolazioni indigene, considerate i custodi di circa l’ottanta per cento della biodiversità terrestre rimasta, sono da tempo all’avanguardia nell’azione climatica, grazie alla loro conoscenza ancestrale dei territori. Nonostante ciò, le politiche climatiche internazionali hanno a lungo sottovalutato o ignorato il loro ruolo.
La COP30 ha rappresentato un cambiamento di paradigma. Con oltre 3mila rappresentanti indigeni presenti e più di 900 delegati ammessi alle discussioni ufficiali (la “Zona Blu”) – un numero record – si è manifestata una nuova forma di diplomazia climatica. A Belém, inoltre, la società civile ha ritrovato un ruolo più denso e significativo, con le proteste per il clima che si sono svolte liberamente al di fuori della Blue Zone, segnando un “ritorno alla democrazia” del dibattito, a differenza di quanto accaduto nelle conferenze precedenti, come fa notare Ferdinando Cotugno nella sua newsletter per il quotidiano Domani. L’agenda indigena non si è limitata alla protesta, ma ha portato richieste concrete centrate sul riconoscimento dei diritti territoriali e su meccanismi di finanziamento equi. Come ha dichiarato Sônia Guajajara, Ministra brasiliana per i Popoli Indigeni, “I popoli indigeni vogliono partecipare, non solo presentarsi. Vogliamo guidare ed essere parte della soluzione”.
Il nocciolo dell’influenza indigena risiede in un dato scientifico inconfutabile: i territori gestiti dalle comunità indigene sono i luoghi in cui si registrano le risposte più efficaci alla crisi, dalla limitazione della deforestazione allo stoccaggio di vaste quantità di anidride carbonica.
Eppure, gran parte di queste terre indigene rimane priva di un riconoscimento formale dei diritti fondiari, lasciandole esposte all’invasione da parte di attività illegali come l’estrazione mineraria, l’espansione dell’industria agricola e l’accaparramento di terre, persino per progetti di energie rinnovabili.
Sebbene la COP30 abbia prodotto impegni formali, le organizzazioni indigene ritengono che queste promesse siano insufficienti di fronte alle minacce reali. Un esempio emblematico della tensione tra politica climatica e difesa territoriale è stata la protesta pacifica del popolo Munduruku a Belém. Gli attivisti, una comunità di storica tradizione guerriera, hanno bloccato l’ingresso della conferenza in abiti semi-tradizionali, con archi e frecce, per far sentire la loro voce non solo sulla crisi climatica in sé, ma anche su progetti infrastrutturali specifici, come la ferrovia Ferrogrão. Questa infrastruttura, finalizzata a ridurre i costi di esportazione della soia, minaccia di distruggere un territorio ancestrale insostituibile.
Un altro elemento di negoziazione è il finanziamento climatico, in particolare il completamento della Roadmap Baku-Belém per sbloccare ingenti fondi globali. Tradizionalmente, questi meccanismi hanno sottovalutato la governance e le conoscenze indigene.
Anche se fondi come il Tropical Forests Forever Fund hanno destinato una percentuale (circa il 20%) dei finanziamenti ai progetti indigeni, le popolazioni native chiedono un cambiamento più radicale. La loro richiesta si concentra non solo sulla quantità di denaro, ma sul controllo della finanza: è essenziale che le comunità indigene possano ricevere i finanziamenti direttamente e stabilire accordi equi che le proteggano dai rischi finanziari e da una gestione esterna spesso inadeguata.
L’emergere di questa leadership segna un’evoluzione politica che sta prendendo piede anche in altre politiche ambientali ONU. Affrontare efficacemente la crisi ambientale, come suggerisce l’analisi, implica lo smantellamento delle disuguaglianze di potere nei processi decisionali.
(Foto da flickr)
Questo articolo è solo un pezzetto
Scrivere ci piace, ma l’attività principale di Avis Legnano è la sensibilizzazione alla donazione di sangue. Per partecipare a questo progetto basta compilare il modulo d’iscrizione.
