Skip to main content

Nelle discipline di montagna come l’alpinismo, l’escursionismo e il trail running, la fiducia reciproca e la condivisione del rischio rappresentano i pilastri fondamentali della sicurezza. Tuttavia, una serie di testimonianze sempre più diffuse sta portando alla luce un fenomeno sommerso: la prassi da parte di alcuni uomini di abbandonare le proprie compagne da sole in alta quota durante un’uscita sportiva. Spesso derubricati a semplici divergenze sul ritmo di marcia o sulla preparazione fisica, questi episodi nascondono in realtà dinamiche di prevaricazione e controllo. Come racconta un’inchiesta diffusa dalla testata Reporterre, il dibattito si è diffuso sulle piattaforme digitali con l’espressione “divorzio alpino”, spinto dall’eco di vicende giudiziarie internazionali legate ad abbandoni in cordata e dalla necessità delle vittime di dare un nome a forme invisibili di violenza.

Le storie raccolte delineano uno schema ricorrente in cui la montagna diventa il teatro ideale per esercitare una dominazione psicologica e fisica. Si va da atleti che slegano la compagna a pochi passi dalla vetta del Monte Bianco lasciandola al gelo senza acqua né cibo pur di battere un record personale, fino a escursionisti che abbandonano partner e figli in percorsi impervi a seguito di un litigio. In questi contesti, la distanza geografica e l’isolamento ambientale trasformano la camminata in una situazione di potenziale pericolo di vita. L’abbandono non nasce da una necessità tecnica o da un imprevisto meteorologico, ma costituisce una scelta deliberata con cui si colloca l’altra persona in uno stato di vulnerabilità estrema, costringendola a fare affidamento sull’aiuto di sconosciuti o dei soccorsi.

Dal punto di vista sociologico, questi comportamenti rientrano pienamente nella definizione di controllo coercitivo, la strategia di prevaricazione psicologica volta a ridurre la libertà personale della vittima attraverso l’isolamento, l’umiliazione e la minaccia implicita. Come spiega la sociologa Johanna Dagorn, ricercatrice presso l’Università di Bordeaux, abbandonare una compagna in un luogo isolato, sia esso un sentiero di montagna o un piazzola autostradale, risponde alla volontà di punire e riaffermare una posizione di forza. La sequenza segue fasi precise: una prima fase di messa sotto tensione attraverso l’accelerazione del passo e il disprezzo per la fatica altrui, l’abbandono fisico e infine la minimizzazione dell’accaduto. Rifiutare di dare spiegazioni o trattare la paura dell’altra persona come un’esagerazione serve a banalizzare la violenza, inculcando nella vittima l’idea di non essere all’altezza della situazione.

A questa dinamica si affianca una profonda asimmetria di potere, dato  dal fatto che uno dei due partner detiene il monopolio delle competenze tecniche, della cartografia e della gestione della sicurezza. Come illustra la sociologa Rozenn Martinoia, la cultura sportiva tradizionale ha spesso svalutato le competenze femminili nell’ambito della montagna, spingendo molte donne a introiettare un senso di inferiorità e ad affidarsi totalmente all’esperienza del partner. Quando la persona più esperta usa le proprie conoscenze per mettere in pericolo l’altra, rifiutando di adeguare l’andatura o privandola dei mezzi di orientamento, l’attività sportiva cessa di essere un momento di condivisione e si trasforma in uno strumento di prevaricazione che si inserisce in un continuum di abusi verbali o fisici consumati tra le mura domestiche.

Di fronte alla presa di coscienza di questi rischi, nel mondo dell’escursionismo si assiste a una rapida crescita dei gruppi non misti, spazi associativi e di pratica sportiva riservati alle sole donne nati per offrire formazione sulla sicurezza, sulla lettura delle mappe e sulla gestione della cordata. Queste esperienze permettono alle partecipanti di riscoprire il piacere della montagna in un ambiente fondato sull’ascolto, sulla solidarietà e sul rispetto dei tempi di ciascuno. Riconoscere che l’abbandono in quota non è mai un semplice incidente di percorso, ma il sintomo di una relazione tossica, rappresenta un passaggio essenziale per tutelare la salute emotiva delle persone e per garantire che lo sport rimanga uno spazio di libertà e cooperazione.

(Foto di Alex Moliski su Unsplash)

Noi ci siamo

Quando è nata Avis Legnano i film erano muti, l’Italia era una monarchia e avere una radio voleva dire essere all’avanguardia. Da allora il mondo è cambiato, ma noi ci siamo sempre.

Vuoi unirti?

Privacy Preference Center