Nella medicina del lavoro e nell’epidemiologia occupazionale, la gestione della salute mentale nelle professioni sanitarie rappresenta uno dei terreni d’indagine più critici, ma all’interno di questo comparto l’assistenza agli animali rivela una vulnerabilità spesso trascurata dalle politiche di prevenzione. Come riporta uno studio transnazionale pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Veterinary Science, chi si dedica alla medicina veterinaria registra tassi di suicidio doppi rispetto a quelli delle altre categorie sanitarie e fino a quattro volte superiori rispetto alla media della popolazione generale. Questa disparità mette a nudo una fragilità strutturale su cui la medicina del lavoro e le organizzazioni sanitarie stanno finalmente iniziando a concentrare la propria attenzione.
L’indagine, condotta su un campione di oltre 700 veterinari attivi in diversi paesi europei tra cui Germania, Ungheria, Finlandia e Svezia, fotografa un disagio emotivo e una frequenza molto alta di contatti diretti con il suicidio tra colleghi. Più del 94 per cento dei professionisti intervistati dichiara di aver avuto notizia del suicidio di un collega nel corso della carriera, mentre quasi il trenta per cento conosceva personalmente la persona deceduta. Tra i fattori alla base di questa vulnerabilità, la letteratura scientifica segnala la disponibilità diretta di sostanze letali utilizzate nella pratica clinica, a cui si associano carichi operativi quotidiani particolarmente gravosi. Oltre la metà dei veterinari lavora regolarmente per più di quaranta ore settimanali, con picchi che superano le sessanta ore tra le guardie notturne e la reperibilità nei giorni festivi, mentre circa un operatore su dieci non riesce a usufruire di più di quattordici giorni di ferie all’anno, alimentando una condizione cronica di deprivazione del sonno e isolamento sociale.
A pesare sull’equilibrio emotivo degli operatori è soprattutto la gestione delle relazioni umane con i proprietari degli animali, indicata dagli esperti come il fattore di stress a più alto impatto quotidiano. I veterinari devono confrontarsi costantemente con l’aspettativa pressante dei clienti di ottenere una diagnosi tempestiva e infallibile per il proprio animale senza tenere conto dei tempi tecnici necessari agli accertamenti clinici, spesso accompagnata dalla pretesa di prestazioni gratuite o sottocosto motivate dal presunto dovere morale di amare gli animali. Questa tensione viene ulteriormente esacerbata dalla paura costante dell’insuccesso e da un’autocritica severa che trasforma ogni imprevisto terapeutico in un senso di fallimento personale, unito all’esposizione a giudizi ostili e campagne denigratorie sulle piattaforme digitali a seguito di esiti clinici negativi.
Il profilo sociodemografico emerso dall’indagine riflette inoltre il profondo mutamento in corso nella professione, oggi caratterizzata da una netta prevalenza femminile e da una presenza consistente di giovani laureati. Sono proprio i professionisti sotto i 35 anni e il personale non dirigenziale a manifestare i livelli più alti di sofferenza psichica, che comprende uno stato di esaurimento psicofisico provocato dal contatto continuativo con il dolore altrui, dalla comunicazione di notizie dolorose e dalla gestione del lutto dei clienti. A questa fragilità si aggiunge una frequente difficoltà a conciliare l’attività clinica con la vita privata, con una larga quota di professionisti che dichiara di sentirsi costretta a lavorare anche in condizioni di malattia fisica o in presenza di emergenze familiari, rinunciando alla cura di sé per non gravare sui colleghi o per non abbandonare i pazienti.
Nelle loro conclusioni, i ricercatori sottolineano che la prevenzione del disagio psichico nella professione richiede interventi organizzativi mirati e culturalmente adattati ai contesti dei singoli paesi. Gli autori raccomandano sia alle associazioni nazionali sia alle istituzioni europee di rafforzare le reti di supporto psicologico nei luoghi di lavoro e di facilitare l’accesso a percorsi di consulenza specialistica dedicati, superando la riluttanza a chiedere aiuto. Accanto al sostegno clinico, lo studio evidenzia la necessità di agire sui fattori strutturali, garantendo un controllo più equilibrato dei carichi di lavoro, turni sostenibili e periodi di riposo adeguati, elementi indispensabili per arginare il logoramento emotivo e tutelare l’incolumità di professionisti essenziali per la sanità pubblica e la salute della comunità.
(Foto di Jonatan Bustos su Unsplash)
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