Nonostante i costanti appelli all’autosufficienza, il continente europeo continua a fare massiccio affidamento su mercati extra-europei per le sue scorte di plasma. Come riportato da The European Correspondent, circa il 20-30% del plasma (la parte liquida del sangue, ricca di proteine e anticorpi) usato nell’Unione Europea proviene attualmente dagli Stati Uniti. Questa fragilità strutturale espone i nostri sistemi di cura a potenziali interruzioni delle catene di approvvigionamento, mettendo a rischio la produzione di farmaci essenziali.
Per comprendere l’entità del problema, è necessario distinguere tra le diverse tipologie di donazione. Mentre il sangue intero è impiegato principalmente per le trasfusioni d’urgenza o durante gli interventi chirurgici, il plasma è la materia prima fondamentale per i medicinali plasmaderivati (farmaci salvavita estratti dal frazionamento del plasma, usati per trattare malattie immunitarie, disturbi della coagulazione e patologie rare). Secondo uno studio del 2023 pubblicato sulla rivista medica Vox Sanguinis, l’Europa necessiterebbe di almeno 2 milioni di nuovi donatori regolari per raggiungere l’indipendenza strategica, e ogni nuovo volontario dovrebbe garantire una media di due donazioni di sangue intero e cinque di plasma ogni anno.
Un tema centrale nella discussione riguarda le modalità per incoraggiare la popolazione a donare. Attualmente, circa la metà del plasma raccolto in Europa proviene da centri privati concentrati in quattro paesi: Austria, Repubblica Ceca, Germania e Ungheria. In questi contesti si riaccende spesso il dibattito sulla remunerazione della donazione, una pratica che solleva profonde questioni etiche e di salute pubblica. Se da un lato il compenso economico può aumentare il numero di donatori nel breve termine, dall’altro rischia di attirare fasce di popolazione vulnerabili e di favorire la “sovradonazione”, mettendo a rischio la salute del donatore stesso.
La maggior parte dei paesi europei, seguendo le linee guida del Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea, preferisce modelli basati su incentivi non monetari. In Italia, Avis si fa portavoce di un modello etico dove il dono è inteso come atto di cittadinanza consapevole e non come transazione commerciale. Per garantire forniture stabili in futuro, le strategie non devono puntare sulla mercificazione dei corpi, ma sul potenziamento delle infrastrutture di raccolta, sulla sensibilizzazione delle nuove generazioni e sulla creazione di una cultura della prevenzione che veda nei donatori e nelle donatrici un pilastro insostituibile della salute collettiva.
(Foto di JOSE LARRAZOLO su Unsplash)
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