All’improvviso, dall’essere argomento che interessa principalmente un ristretto gruppo di persone e di testate (e ci fregiamo di essere tra queste), il bullismo è diventato un tema affrontato sulle prime pagine dei giornali nazionali. La causa risale probabilmente ad alcuni episodi di cronaca particolarmente eclatanti che, come spesso accade quando una notizia “fa presa” sul pubblico, si sono portati dietro una scia nei giorni successivi. Tutta questa attenzione è di certo una buona notizia. Temiamo solo che sia già vicino il momento in cui, finito l’hypedi questi giorni, il bullismo tornerà a essere materia di pochi, mentre continuerà a fare vittime tanto quanto prima.
Vi ha dedicato un’Amaca Michele Serra su Repubblica, mancando forse di centrare appieno il bersaglio e impostando troppo il discorso su una questione di classe sociale e in definitiva di censo. Le critiche che gli sono state riservate sono ingiuste ed esagerate (del resto condensare in una rubrica così concisa un argomento così grande impone di non spiegare tutto, aprendo a interpretazioni anche molto lontane dal testo di partenza), ma in effetti qualche dato fuori misura compare nel pezzo di Serra. Sarebbe infatti opportuno spiegare da dove provenga l’assioma per cui «Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore». Secondo l’ultimo report Istat sul bullismo in Italia, risalente al 2015 (e riferito al 2014), «Tra gli studenti delle superiori [che hanno subito ripetutamente comportamenti offensivi, non rispettosi e/o violenti], i liceali sono in testa (19,4%); seguono gli studenti degli istituti professionali (18,1%) e quelli degli istituti tecnici (16%)». Può essere che questi dati non siano in linea col panorama attuale, o che non siano precisi. Ma se si dipinge una situazione diversa non ci si può fermare a una sensazione o «alle cronache», come ha poi scritto Serra in risposta a un duro commento di Luca Telese. Detto questo, altre firme si sono interrogate su una situazione che, comunque la si guardi, non è confortante.
In molti individuano una delle cause del diffondersi di episodi di bullismo (tra studenti ma anche verso gli insegnanti, come dimostra il caso di Lucca) nella crisi di autorità delle figure di riferimento, i genitori, e delle principali istituzioni di socializzazione. Antonio Scurati, sulla Stampa di ieri, pur cedendo alla nostalgia di un tempo in cui l’autorità dei padri sfociava spesso nell’autoritarismo, nota come nel Secondo dopoguerra europeo siano stati progressivamente messi in crisi tutti i luoghi più importanti per la formazione dell’identità dei giovani: «esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche, grandi partiti politici di massa. […] La sempre più frequente aberrazione di padri che si alleano ai figli nel contrastare o nell’aggredire gli insegnanti è solo la manifestazione più estrema di un’abdicazione vasta quanto lo è l’epoca nostra».
Eraldo Affinati su Repubblica riprende il discorso portando alcuni esempi di questa abdicazione: «I limiti non osservati, la deflagrazione del desiderio, la decadenza delle gerarchie culturali, la frammentazione informativa, la crisi di molte istituzioni, lo squallido spettacolo della politica come ricerca del consenso, il rigetto di ogni difficoltà, la deresponsabilizzazione burocratica, il trionfo del mansionario e la sconfitta dell’iniziativa: credevamo che tutto ciò potesse non incidere nella formazione di un ragazzo?».
Più pragmaticamente, c’è chi si chiede perché tante campagne lanciate contro il bullismo non funzionino, e la risposta è nella mancanza di partecipazione dei soggetti coinvolti, cosa che invece caratterizza il metodo Pikas di cui abbiamo parlato qui. Sulla partecipazione punta «l’Osservatorio nazionale per l’adolescenza di Maura Manca – spiega il Corriere –. “Se parliamo di bullismo spesso ci focalizziamo sulla vittima e sul bullo” premette lei. “Noi andiamo oltre il coinvolgimento delle due parti: puntiamo sul gruppo, sulla classe intera. Abbiamo persone qualificate che nelle scuole riescono a lavorare con piccoli gruppi alla volta e a far partecipare gli studenti nell’identificazione del problema. Facciamo fare dei lavori: video, canzoni, ricerche di immagini o altre cose del genere. Sviluppano la capacità di fare gruppo, e sa che le dico? Che poi in quelle classi non capitano più episodi di bullismo perché è il gruppo che si ribella, se il bullo ricompare”. Merito degli anticorpi».
(Photo by Vanessa Bumbeers on Unsplash)
Il blog si ferma per la Festa della Liberazione, le notizie tornano giovedì 26 aprile. Buon 25 aprile a tutti da parte di ZeroNegativo e di Avis Legnano.
