La capitale dell’Iran, Teheran, nei giorni scorsi è stata avvolta da una fitta coltre di fumo tossico e colpita da una precipitazione corrosiva nota come pioggia nera, un termine generale usato per descrivere la pioggia che cattura e trascina al suolo inquinanti atmosferici in alte concentrazioni. Questo fenomeno è la conseguenza diretta dei massicci danni alle raffinerie e ai depositi di petrolio causati dai recenti scambi missilistici avvenuti all’inizio di marzo. Secondo un articolo pubblicato su Nature, la combustione di combustibili pesanti e sottoprodotti della raffinazione ha rilasciato nell’aria una miscela letale di sostanze chimiche che minaccia la salute dei cittadini e l’integrità degli ecosistemi locali.
La pioggia nera che cade sulla città è carica di idrocarburi tossici, ossidi di zolfo e composti dell’azoto. Tra le sostanze più pericolose identificate dagli esperti figurano l’acetone, il toluene e il benzene, quest’ultimo noto per le sue proprietà cancerogene. Il colore scuro della pioggia è dovuto alla massiccia presenza di fuliggine (particelle di carbonio incombusto prodotte dai grandi incendi), a cui si aggiungono potenzialmente polveri di amianto e silice derivanti dal crollo degli edifici colpiti. La situazione è aggravata dalla geografia di Teheran: la vicinanza alla catena montuosa dell’Alborz favorisce l’inversione termica, un fenomeno meteorologico in cui uno strato di aria calda sovrasta uno di aria fredda vicino al suolo, impedendo la dispersione degli inquinanti e intrappolandoli negli strati bassi dell’atmosfera.
Le autorità sanitarie e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno lanciato l’allarme per i gravi rischi respiratori e cardiovascolari. L’inalazione dei fumi può causare ustioni chimiche alle vie aeree e danni permanenti ai polmoni. Particolarmente insidiosa è la produzione di PM2.5, particolato ultrafine con diametro inferiore a 2,5 micrometri, capace di penetrare in profondità negli alveoli polmonari e passare direttamente nel sangue. L’esposizione a queste microparticelle aumenta drasticamente il rischio di infarti, ictus e ipertensione, oltre a compromettere le funzioni cognitive. I neonati, i bambini piccoli e le persone con patologie respiratorie pregresse sono i soggetti più fragili in questo scenario, dove anche il semplice contatto della pioggia con la pelle può causare gravi irritazioni a causa della presenza di naftalene e benzene.
Sebbene ulteriori piogge possano teoricamente “pulire” l’aria, questo processo comporterebbe lo spostamento del problema dall’atmosfera al suolo. Molti dei composti rilasciati durante gli incendi sono persistenti, ovvero non si degradano facilmente, e rischiano di contaminare in maniera permanente le falde acquifere e i terreni agricoli. La tossicità si trasferisce così alla catena alimentare attraverso le colture e gli organismi acquatici, creando un pericolo sanitario che potrebbe durare anni dopo la fine delle ostilità. La gestione di questa emergenza richiede dunque una consapevolezza che vada oltre l’immediato soccorso medico, focalizzandosi sulla protezione dei beni primari come l’acqua e il cibo, fondamentali per la resilienza di una comunità colpita da un disastro ambientale di queste proporzioni.
(Foto di Nourieh Ferdosian su Unsplash)
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