Da tempo il governo fa promesse di miglioramenti nello smaltimento delle liste d’attesa per prestazioni sanitarie, cui non sembra tuttavia corrispondere l’esperienza di tante persone. Ne scrive Scienza in Rete.
L’interesse per il tema delle liste di attesa non si attenua mai, ma ogni tanto questo interesse ha dei picchi come avvenuto di recente quando in base ai dati del primo quadrimestre 2026 confrontati con quelli del 2025 è sembrato che finalmente qualcosa si stesse muovendo, tanto da far titolare il Sole24 Ore “Liste di attesa, miglioramenti in 16 Regioni”. Ma a raffreddare gli entusiasmi sono arrivati subito dopo i dati dell’ultimo Rapporto PiT Salute di Cittadinanzattiva che documentano come uno su due fra i 14.176 cittadini che si sono rivolti a Cittadinanzattiva nel 2025 denuncia difficoltà nell’accedere alle prestazioni sanitarie pubbliche (48,2 per cento). Proviamo allora a capirci qualcosa nel proliferare di dati e commenti su quello che viene ripetutamente citato come il problema dei problemi in sanità pubblica, anche dallo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che lo ha di recente messo al centro di un suo accorato appello alle Regioni invitate a fare squadra per vincere la sfida delle liste di attesa, rivendicando così che per la prima volta il suo governo non ha scaricato il problema alle sole Regioni, ma facendosene esso stesso carico.
Di che cosa stiamo parlando
Cosa sia il tempo di attesa per una prestazione sanitaria è intuitivo: il tempo che passa dalla richiesta di una prestazione alla data in cui la stessa prestazione viene prenotata per essere eseguita. Così definito il tempo di attesa può riguardare qualunque tipologia di prestazione sanitaria, ma nei fatti quando si parla di liste di attesa il pensiero di tutti va a quelle ambulatoriali, sia di visita specialistica che di accertamento strumentale (radiologico, endoscopico, eccetera). In realtà, il Piano Nazionale per il Governo delle Liste di Attesa (PNGLA), di cui è in corso di approvazione il nuovo relativo al periodo 2026-2028, si occupa anche di liste di attesa dei ricoveri, che sono però in larga misura meno considerate.
Vi sono però altre liste di attesa, per certi versi molto più rilevanti almeno per le persone e le famiglie interessate, come quelle per l’inserimento nelle strutture socioassistenziali delle persone anziane (attesa che condiziona anche la possibilità di dimettere molti pazienti destinati a queste strutture ricoverate in ospedale) e quelle per la valutazione dei minori disabili da parte dei servizi a questa deputate, e cioè le Unità multidisciplinari dell’età evolutiva, UMEE). Ma il discorso non cambia se pensiamo ai problemi di liste di attesa o di accesso ai servizi nell’area della salute mentale e delle demenze. Si tratta in tutti questi casi di situazioni drammatiche per chi le vive, ma che non riusciranno mai ad avere un impatto quantitativo pari a quello della attesa di una prestazione ambulatoriale, un fenomeno con cui in pratica quasi ogni famiglia italiana ha spesso a che fare.
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(Foto di Eric Rothermel su Unsplash)
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