La gestione dei flussi migratori ha guadagnato il centro della discussione politica, soprattutto in ambito europeo. Sebbene il dibattito pubblico e le iniziative legislative spingano costantemente per rafforzare la deterrenza attraverso l’aumento dei rimpatri, l’efficacia e la fattibilità di questa strategia sono spesso messe in discussione dalla realtà sul campo.
Un recente contributo apparso su The Conversation pone l’attenzione sulla politica di “deportazione prioritaria” adottata dall’Unione Europea, esaminandone le conseguenze sul campo attraverso la lente dei professionisti incaricati di applicarla: giudici, poliziotti e funzionari di frontiera. L’analisi rivela una profonda disconnessione tra l’obiettivo politico di aumentare i tassi di rimpatrio e la complessa realtà operativa che tali figure si trovano ad affrontare quotidianamente.
Il cuore della questione risiede nel crescente divario tra le misure previste dalla normativa e la sua attuabilità pratica. Gli autori dell’articolo sottolineano come gli stati membri dell’UE esercitino una pressione costante per la massima efficienza nelle procedure di rimpatrio. Tuttavia, gli operatori legali e di polizia interpellati lamentano che questa politica si scontra con ostacoli procedurali, mancanza di cooperazione da parte dei paesi terzi e, non meno importante, con la dimensione umana dei singoli casi. La conseguenza è una crescente frustrazione professionale e l’emergere di un paradosso interno: la politica spinge per l’allontanamento forzato, ma la prassi spesso porta i professionisti a riconoscere la necessità di regolarizzare, a causa dell’impossibilità di eseguire l’espulsione o per ragioni umanitarie di fatto.
Questa discrepanza tra il mandato e l’azione si colloca in un contesto politico europeo sempre più polarizzato, dominato da un’agenda che dà la priorità alla “sicurezza” delle frontiere e al contenimento a ogni costo dei flussi. Le principali iniziative legislative in questo ambito – tra cui il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, pur orientato a favorire una maggiore solidarietà tra paesi – hanno rafforzato l’aspetto dell’esternalizzazione e dell’accelerazione delle procedure di rimpatrio, spesso negoziate tramite accordi bilaterali con paesi terzi. Questa tendenza politica è alimentata da una retorica particolarmente diffusa negli ambienti sovranisti e dell’estrema destra, che inquadra la migrazione irregolare non come un fenomeno socio-economico complesso, ma come una minaccia esistenziale alla sicurezza nazionale o una “invasione” incontrollata. Tale narrazione crea un clima di emergenza che legittima politiche aggressive di “deportazione prioritaria”, ignorando o minimizzando sistematicamente le difficoltà operative e i costi umani ed economici evidenziati dagli stessi operatori chiamati a metterle in atto.
In questo clima di tensione, le inefficienze sul campo – quelle che costringono i funzionari a regolarizzare i migranti per mancanza di alternative pratiche – vengono spesso attribuite alla “debolezza” degli Stati o a presunti cavilli burocratici, anziché essere riconosciute come la diretta conseguenza di un impianto normativo disallineato rispetto alla realtà. L’analisi offerta dai professionisti dell’ambito giuridico e delle forze dell’ordine agisce quindi da critica implicita a questa impostazione, ponendo in luce come l’ossessione politica per l’efficienza del rimpatrio generi, in ultima analisi, un’inefficienza sistemica e un costo sociale elevato, costringendo il personale di frontiera a gestire un paradosso istituzionale.
(Foto di Kelly Sikkema su Unsplash)
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