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Chi vive in Spagna o nel sud della Francia conosce bene la Calima: quei giorni in cui il cielo perde il suo azzurro e si tinge di un giallo opaco, le auto si ricoprono di una polvere rossastra e il sole tramonta color mattone. Un fenomeno simile si è verificato in Grecia nell’aprile del 2024, quando una coltre di terra fine ha ricoperto Atene e le isole dell’Egeo. Episodi un tempo rari, oggi sono sempre più frequenti e documentati fino al Mare del Nord e alla Scandinavia.

La causa è nota: le polveri del Sahara, il deserto che da solo genera oltre la metà delle emissioni globali di particolato naturale. Sollevate dai venti a diversi chilometri di quota, queste particelle percorrono traiettorie intercontinentali. La rotta principale va verso le Americhe, ma tra febbraio e giugno una quota rilevante piega verso nord, attraversa il Mediterraneo e raggiunge l’Europa centrale e settentrionale. Ciò che sta cambiando, secondo un’analisi pubblicata su The Conversation, è la frequenza e l’intensità di questi eventi in relazione al cambiamento climatico.

Il nesso non è lineare. Il riscaldamento globale rende aridi i suoli e accelera la desertificazione, rendendo più facile per il vento sollevare le particelle. Alcuni scenari prevedono un aumento del fenomeno di polveri sahariane verso nord tra il quaranta e il sessanta per cento entro fine secolo. Allo stesso tempo, però, certe tempeste di sabbia sono diventate meno frequenti negli ultimi vent’anni, grazie all’espansione della vegetazione nel Sahel e a modifiche nella circolazione atmosferica generale. Il quadro complessivo è quindi incerto, ma la direzione del rischio per l’Europa è chiara.

Le conseguenze sanitarie sono quelle che preoccupano di più. Le polveri sahariane appartengono alla categoria del PM10, particelle abbastanza fini da raggiungere le vie respiratorie profonde. In Italia e in Spagna, alcune stime attribuiscono a questi episodi fino al 44 per cento dei decessi collegati all’inquinamento da particolato, una percentuale che, se confermata, ridimensionerebbe radicalmente l’idea che l’inquinamento dell’aria sia un problema esclusivamente industriale o legato al traffico urbano. I soggetti con patologie respiratorie e cardiovascolari sono i più esposti, ma gli effetti si distribuiscono sull’intera popolazione durante i picchi di concentrazione.

Gli impatti non si fermano alla salute umana. La polvere che si deposita sui ghiacciai alpini ne scurisce la superficie, riducendo la capacità di riflettere la radiazione solare e accelerando la fusione. L’efficienza dei pannelli fotovoltaici cala sensibilmente durante gli episodi più intensi. La visibilità si riduce con effetti documentati sulla sicurezza stradale e sul traffico aereo.

Governare questo fenomeno richiede interventi su scale geografiche molto diverse. Nell’area di origine, la priorità è preservare la stabilità dei suoli: il pascolo eccessivo, la deviazione dei corsi d’acqua e l’abbandono delle terre agricole aumentano la superficie esposta all’erosione. Altrettanto importante è la protezione della biocrosta, lo strato superficiale di batteri, muschi e licheni che nei deserti funziona da barriera naturale contro il vento. In Europa, i sistemi di allerta precoce consentono già previsioni fino a quindici giorni, permettendo alle autorità sanitarie di attivare misure di protezione per le categorie vulnerabili.

Il punto politico centrale è però un altro, sostiene l’articolo: la polvere del Sahara è per definizione un problema transfrontaliero, che coinvolge paesi africani ed europei in modo asimmetrico: chi produce l’emissione e chi ne subisce le conseguenze sono spesso attori diversi. Senza accordi internazionali vincolanti sulla gestione dei bacini idrografici, sul contrasto alla desertificazione e sulle risposte coordinate di sanità pubblica, la questione resterà inevasa. I cieli arancioni del Mediterraneo sono un indicatore visibile di squilibri ambientali che richiedono risposte politiche all’altezza.

(Foto di Kurt Cotoaga su Unsplash)

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