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L’affidabilità dei dati scientifici rappresenta il pilastro su cui si poggiano le decisioni di salute pubblica e le strategie ambientali a livello globale. Eppure, una scoperta effettuata dal chimico Brett Pollard e dal suo team dell’Università Nazionale Australiana ha rivelato come all’interno della letteratura accademica stiano circolando da anni dati completamente inventati, citati e ricitati in una catena di errori che nessuno sembra aver interrotto. Il caso, di cui parla un articolo di opinione uscito su Undark, è emerso quando i ricercatori, durante la revisione di studi sulla purificazione dell’acqua, si sono accorti che i parametri di sicurezza per metalli come litio e potassio venivano regolarmente attribuiti all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) o all’EPA (l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente). Il problema è che, verificando alla fonte, è emerso che questi enti non hanno mai prodotto tali standard.

Le evidenze numeriche suggeriscono che non si tratti di casi isolati, ma di una tendenza alla propagazione dell’errore che colpisce decine di pubblicazioni. Una delle cause principali è il fenomeno dei paper mills: letteralmente fabbriche di articoli, ovvero organizzazioni poco trasparenti che producono studi di bassa qualità o fraudolenti a pagamento per gonfiare il curriculum dei ricercatori. Questi soggetti generano contenuti che appaiono formali ma che spesso contengono dati inventati o citazioni circolari (una pratica ingannevole in cui più articoli si citano a vicenda per convalidare un dato privo di fondamento, creando un anello chiuso che dà una falsa parvenza di autorevolezza). Sebbene l’intelligenza artificiale generativa sia oggi la principale sospettata per la creazione di citazioni “allucinate” (risposte verosimili ma prive di fondamento reale prodotte dagli algoritmi), molti degli studi incriminati precedono l’ascesa dei moderni chatbot, suggerendo una negligenza umana radicata nel tempo.

Un altro fattore critico che alimenta questa deriva è la cosiddetta citazione “a freddo”, ossia la pratica dei ricercatori di copiare una citazione da un altro articolo senza consultare direttamente il documento originale. Questo automatismo permette a un dato errato o inventato di acquisire un’aura di verità per il solo fatto di essere presente in diversi studi precedenti. Nella fretta di pubblicare, molti scienziati trascurano la verifica delle fonti primarie, trasformando la letteratura scientifica in un sistema dove l’errore si auto-alimenta. Questo meccanismo è particolarmente pericoloso perché la scienza è un processo cumulativo: se le fondamenta di una ricerca sono false, anche tutti gli studi successivi che si basano su quei dati risulteranno inevitabilmente compromessi.

Per rispondere a questa crisi di credibilità, sta emergendo la proposta di introdurre nelle riviste scientifiche la figura del fact-checker dedicato, un professionista pagato per verificare rigorosamente ogni singola affermazione e referenza prima della pubblicazione. Attualmente, la revisione è affidata alla peer review (la revisione tra pari, un processo in cui esperti del settore valutano gratuitamente il lavoro di un collega), ma questo sistema si concentra sulla validità scientifica generale e raramente scende nel dettaglio della verifica bibliografica. Prendendo esempio dai grandi giornali d’inchiesta, secondo l’articolo di Undark, l’editoria accademica dovrebbe istituire un ulteriore livello di controllo umano per garantire che la qualità dei dati non venga sacrificata in nome della produttività o dell’automazione.

Affrontare la vulnerabilità del sistema editoriale non è solo una questione burocratica, ma una necessità per difendere il valore sociale della scienza, sottolinea l’editoriale. In un’epoca caratterizzata da un eccesso di informazioni e dalla diffusione di notizie manipolate, la ricerca deve continuare a essere un faro di precisione e onestà intellettuale. Solo attraverso l’integrazione di verifiche manuali scrupolose e una maggiore trasparenza nei finanziamenti editoriali sarà possibile garantire che il progresso scientifico rimanga uno strumento di tutela della salute collettiva e non diventi un riflesso opaco di dati non verificati.

(Foto di fabrikasimf su Freepik)

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