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Sebbene la comunità scientifica negli ultimi anni abbia sviluppato vaccini sempre più efficaci, i dati sulla diffusione della malaria, una malattia infettiva trasmessa all’uomo dalla puntura di zanzare femmine infette, sono in peggioramento. Tra il 2018 e il 2024 i casi rilevati sono passati da 238 milioni a 282 milioni, mentre il numero di decessi è salito da 575mila a 610mila l’anno. Questo stallo nel progresso verso l’eradicazione della malattia (uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU prevede di riuscirci entro il 2030), mette in luce la fragilità dei sistemi sanitari di fronte a shock climatici e crisi di finanziamento.

I due strumenti di difesa principali contro la malattia sono i vaccini RTS,S e R21, spiega un articolo su Nature. Il primo, raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2021, agisce addestrando il sistema immunitario a riconoscere una proteina sulla superficie del parassita nella sua fase infettiva. Il secondo, sviluppato dall’Università di Oxford, ha mostrato un’efficacia del 75% e presenta il vantaggio di essere più economico e semplice da produrre su vasta scala. Tuttavia, la somministrazione di questi farmaci richiede protocolli complessi: per ottenere la massima protezione sono necessarie quattro dosi, una necessità che si scontra con le difficoltà logistiche delle zone rurali e con la mancanza di adiuvanti (sostanze aggiunte ai vaccini per potenziare la risposta immunitaria dell’organismo) in quantità sufficienti.

Il principale ostacolo alla tutela della salute nei paesi più poveri rimane la scarsità di risorse economiche. Gavi, l’organizzazione internazionale che finanzia i programmi di immunizzazione infantile nei paesi a basso reddito, ha raccolto circa 9 miliardi di dollari per il quinquennio 2026-2030, una cifra inferiore rispetto all’obiettivo minimo necessario. La situazione è ulteriormente aggravata dall’incertezza politica negli Stati Uniti, dove i segnali di un possibile disimpegno nei confronti di Gavi rischiano di creare un vuoto di finanziamento incolmabile. Attualmente, i fondi globali destinati alla lotta contro la malaria raggiungono appena i 4 miliardi di dollari, meno della metà degli 8,3 miliardi ritenuti necessari per invertire la curva dei contagi.

Nonostante le difficoltà sistemiche, alcuni paesi hanno dimostrato che sconfiggere la malaria è possibile attraverso una gestione proattiva del territorio. Nazioni come l’Egitto e Capo Verde sono riuscite a eliminare la malattia trasformandola in una priorità nazionale. Il loro successo non è dipeso solo dall’uso di farmaci o vaccini, ma dall’implementazione di sistemi di sorveglianza rigorosi, dall’uso capillare di zanzariere trattate con insetticida e, soprattutto, da un forte coinvolgimento delle comunità locali. Questi esempi confermano che la tecnologia deve essere supportata da una volontà politica costante e da un’infrastruttura sociale capace di sostenere gli sforzi di prevenzione nel lungo periodo.

La persistenza della malaria nel ventunesimo secolo rappresenta un fallimento della cooperazione internazionale che non può più essere ignorato. Disporre di strumenti efficaci e non riuscire a distribuirli equamente significa accettare che migliaia di vite continuino a essere spezzate da una patologia che è, per definizione, prevenibile e curabile. Proteggere le popolazioni più vulnerabili, specialmente i bambini sotto i cinque anni che rappresentano la maggioranza delle vittime, è un atto di giustizia che richiede coraggio politico e solidarietà internazionale.

(Foto di National Institute of Allergy and Infectious Diseases su Unsplash)

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