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Il sistema dei centri di detenzione per migranti in Italia continua a operare in una condizione di profonda crisi, segnata da una sistematica violazione dei diritti fondamentali e della dignità umana. Secondo il nuovo rapporto di monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione (TAI), pubblicato a gennaio, strutture come quelle di Milano, Roma, Torino e Bari si sono ormai consolidate come vere e proprie istituzioni totali: luoghi chiusi dove ogni aspetto della vita quotidiana è rigidamente regolato e separato dall’ambiente esterno. La tragica vicenda di Ousmane Sylla, che si è tolto la vita nel febbraio 2024 lasciando le sue ultime parole scritte sul muro di una cella, rimane il simbolo di un malessere profondo che le autorità faticano a gestire se non attraverso logiche di contenimento e repressione.

Il cuore del problema risiede nella natura stessa del trattenimento amministrativo, cioè la privazione della libertà personale applicata non per la commissione di reati penali, ma per motivi puramente burocratici legati all’espulsione. Questa forma di detenzione avviene spesso in condizioni materiali degradanti, all’interno di strutture fatiscenti che non garantiscono nemmeno gli standard minimi di vivibilità. Il rapporto evidenzia come la gestione di questi centri sia spesso affidata a enti privati attraverso appalti che, in molti casi, presentano gravi carenze nei controlli da parte delle prefetture. Questo meccanismo di delega ha creato zone d’ombra dove la tutela della salute e l’accesso alla difesa legale diventano diritti teorici, difficilmente esercitabili da chi si trova recluso senza una prospettiva chiara sul proprio futuro.

Uno degli aspetti più allarmanti emersi dal monitoraggio è la cosiddetta sedazione farmacologica, ossia l’impiego massiccio e sistematico di psicofarmaci per gestire la sofferenza psichica e prevenire le rivolte interne. Negli ultimi anni si è assistito a un abuso quotidiano di sedativi, usati come unico strumento per quietare la disperazione di persone private dei propri contatti sociali e della propria identità. Questa pratica non solo nasconde le tensioni sociali presenti nei centri, ma espone i trattenuti a gravi rischi per la salute fisica e mentale, in assenza di percorsi terapeutici adeguati e di un’assistenza psichiatrica indipendente. La salute, che dovrebbe essere un bene universale, viene così sacrificata in nome di una gestione dell’ordine pubblico basata sull’invisibilità del dolore.

Difendere i diritti umani all’interno dei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio), sottolinea il rapporto, non è solo una battaglia di civiltà, ma un obbligo derivante dalla Costituzione italiana e dalle convenzioni internazionali. Il rapporto del TAI invita a superare il modello attuale, denunciando l’inefficacia di una politica che privilegia l’isolamento rispetto alla protezione sociale. Occorre garantire la trasparenza delle gestioni, permettendo alla società civile e agli organismi di monitoraggio un accesso costante e senza ostacoli a queste strutture. Solo attraverso l’integrazione di garanzie legali solide e il ripristino di un’assistenza sanitaria dignitosa sarà possibile evitare che la ricerca di una gestione migratoria ordinata si trasformi in una macchina di produzione di marginalità e sofferenza.

(Foto di Sigmund su Unsplash)

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