Skip to main content

L’endometriosi rappresenta una delle sfide più complesse per la medicina di genere contemporanea, non solo per la gravità dei sintomi ma per le profonde barriere amministrative e cliniche che le pazienti devono affrontare. Il recente report della Fondazione GIMBE, un organismo indipendente che promuove l’integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni che riguardano la salute, offre una fotografia dettagliata della patologia in Italia. Tra ritardi diagnostici che superano i sette anni e una tutela sanitaria che varia drasticamente a seconda della residenza geografica, il documento sottolinea l’urgenza di una presa in carico realmente uniforme e multidisciplinare.

L’endometriosi è una condizione cronica caratterizzata dalla presenza di tessuto simile all’endometrio (la mucosa che riveste la cavità interna dell’utero e che si sfalda mensilmente durante il ciclo mestruale) al di fuori dell’utero, capace di generare stati infiammatori dolorosi e compromettere la fertilità femminile. Sebbene colpisca circa un milione e 800mila donne in Italia, la patologia rimane spesso invisibile per anni. Secondo il rapporto dell’Osservatorio GIMBE, l’incidenza nazionale si mantiene stabile su circa 9.300 nuovi casi ogni anno, con un picco tra i 31 e i 35 anni. Tuttavia, le evidenze numeriche delineano una realtà preoccupante: il tempo medio necessario per ottenere una diagnosi corretta oscilla tra i sette e i dieci anni dall’esordio dei primi sintomi, un divario temporale che espone le pazienti a sofferenze prolungate e a un aggravamento dei danni.

Uno dei principali ostacoli al riconoscimento precoce dell’endometriosi è la tendenza sociale e talvolta medica a normalizzare il dolore femminile. Molte pazienti convivono per anni con la dismenorrea (il dolore severo associato al ciclo mestruale) o la dispareunia (il dolore durante i rapporti sessuali) ritenendoli parte della normale fisiologia femminile. Le linee guida dell’ESHRE (Società europea di riproduzione umana ed embriologia) sottolineano che la diagnosi deve basarsi sull’ascolto clinico e sull’utilizzo di strumenti diagnostici non invasivi.

La gestione dell’endometriosi, spiega il rapporto, nel 2026 si orienta verso una progressiva personalizzazione delle cure, privilegiando quando possibile l’approccio farmacologico rispetto a quello interventistico. I trattamenti si basano sull’uso di contraccettivi ormonali o progestinici, come il dienogest (un principio attivo capace di ridurre la proliferazione del tessuto endometriosico), che garantiscono un buon controllo dei sintomi nella maggior parte dei casi. Una novità riguarda gli antagonisti orali del GnRH (farmaci che agiscono sul sistema ormonale centrale per ridurre i livelli di estrogeni, spesso associati a una piccola dose di ormoni di supporto per minimizzare gli effetti collaterali), utili nelle forme più gravi. La chirurgia, preferibilmente con tecnica laparoscopica (una chirurgia poco invasiva che utilizza piccole incisioni e una telecamera per operare), rimane una soluzione residuale, riservata ai casi di fallimento delle terapie mediche o di danno alle funzioni viscerali.

La mappa dell’assistenza in Italia delinea una cittadinanza sanitaria a due velocità. Il report GIMBE evidenzia una concentrazione di centri di eccellenza e di reti hub & spoke (un modello organizzativo che prevede centri di riferimento specializzati collegati a strutture territoriali per la gestione ordinaria) prevalentemente nelle regioni del Nord. Questa distribuzione disomogenea costringe migliaia di donne a intraprendere lunghi viaggi per ottenere una diagnosi accurata o un intervento chirurgico complesso. La migrazione sanitaria (lo spostamento forzato dei pazienti verso regioni diverse da quella di residenza per ricevere cure adeguate) non è solo un onere logistico, ma un costo sociale che penalizza chi non possiede le risorse economiche per sostenere trasferte e consulti privati, aggravando il divario tra le diverse aree del Paese.

Un’altra criticità sociale riguarda il sistema delle esenzioni. Attualmente, il codice di esenzione 063 garantisce la gratuità di alcune prestazioni solo per gli stadi III e IV della malattia, ovvero le forme moderate e gravi. Questo significa che le donne ai primi stadi della patologia, pur soffrendo di dolori cronici e affrontando rischi per la fertilità, rimangono escluse da ogni forma di supporto economico pubblico. Per queste pazienti, l’acquisto dei progestinici e il ricorso frequente a esami di imaging e supporto psicologico rappresentano una spesa interamente a loro carico. Si crea così un paradosso per cui la prevenzione e la cura tempestiva diventano inaccessibili, spingendo molte donne a trascurare i controlli fino a quando il danno d’organo non diventa irreversibile.

Il futuro della tutela per l’endometriosi deve passare necessariamente per l’attuazione del Piano nazionale della cronicità (lo strumento strategico che definisce le modalità di gestione delle patologie a lungo termine nel servizio sanitario), garantendo che i diritti non dipendano più dalla posizione geografica della paziente. Alcune regioni hanno già intrapreso percorsi virtuosi, come la Valle d’Aosta con l’introduzione di esenzioni regionali per gli stadi lievi o l’Emilia-Romagna con protocolli di rimborsabilità per farmaci specifici. Tuttavia, l’obiettivo per il 2026 è la creazione di PDTA (Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali, ovvero l’insieme delle fasi coordinate di cura per una specifica malattia) uniformi su tutto il territorio nazionale. Solo integrando l’assistenza clinica con un reale supporto sociale e psicologico sarà possibile trasformare la gestione dell’endometriosi da una serie di interventi d’emergenza in un sistema di protezione collettiva che rispetti la dignità e la salute di ogni donna.

(Foto di Sasun Bughdaryan su Unsplash)

Ricordati di farlo

Lo sai che puoi destinare il 5 per mille dell’IRPEF all’Avis di Legnano? Basta inserire il nostro codice fiscale al momento della dichiarazione. Useremo i proventi per fare ancora meglio ciò che facciamo da sempre.

È spiegato tutto qui

Privacy Preference Center