L’Unione europea sta provando a posizionarsi come un polo di attrazione per i migliori talenti scientifici del pianeta. A maggio 2025, la presidenza della Commissione europea ha dato il via a una campagna coordinata denominata Choose Europe, stanziando un finanziamento di quasi 900 milioni di euro, a cui si affiancano circa cento programmi promossi dai singoli governi nazionali. Questa iniziativa nasce come risposta strategica diretta alle crescenti difficoltà riscontrate nel panorama accademico degli Stati Uniti, dove i tagli federali, il congelamento delle sovvenzioni e l’isolamento dalle reti di cooperazione internazionale hanno generato una “fuga” di scienziati. Come osserva un’analisi pubblicata su Nature, la transizione verso una leadership scientifica europea rappresenta un obiettivo cruciale per la difesa della salute pubblica e dell’innovazione sociale, settori che necessitano strutturalmente di una ricerca indipendente e al riparo da condizionamenti ideologici.
Il fulcro di questo progetto di rilancio è rappresentato dalla programmazione del prossimo ciclo di Horizon Europe (il programma quadro dell’Unione Europea per il finanziamento della ricerca e dell’innovazione), pianificato per il periodo compreso tra il 2028 e il 2034. La proposta della Commissione mira a innalzare la dotazione del fondo a 175 miliardi di euro, con un incremento di circa il 50 per cento rispetto al ciclo precedente, mentre il Parlamento europeo e i gruppi di esperti indipendenti spingono per raggiungere la soglia dei 200 miliardi. Accanto allo sforzo economico, l’aspetto più innovativo riguarda l’espansione internazionale della rete di finanziamento, che si sta aprendo a paesi esterni all’Europa come Nuova Zelanda, Canada, Corea del Sud, Giappone e, a partire dal 2026, l’Australia, mentre sono state avviate le trattative preliminari con l’India.
Nonostante l’eccellenza della produzione accademica europea, che in termini di volume di articoli pubblicati e di citazioni supera spesso quella degli Stati Uniti, il continente sconta una storica difficoltà nel tradurre i risultati della ricerca di base in innovazioni commerciali e crescita economica. Rispetto a Cina e Stati Uniti, dove il settore industriale gestisce circa il 77 per cento della spesa in ricerca e sviluppo, in Europa questa percentuale non supera il 66 per cento, con una progressiva contrazione degli investimenti in capitale di rischio. La celebre relazione sulla competitività europea pubblicata da Mario Draghi ha evidenziato come l’assenza di giganti tecnologici e la frammentazione dei mercati energetici e digitali agiscano da freno per lo sviluppo, rendendo urgente una riforma che semplifichi l’attività delle imprese innovative. Per rispondere a questa debolezza, le istituzioni comunitarie stanno promuovendo la nascita di EU Inc (un modello societario volontario volto ad armonizzare le regole aziendali a livello europeo, semplificando la costituzione e l’espansione delle startup), affiancato da una progressiva riduzione della burocrazia e dei vincoli di rendicontazione.
Parallelamente, l’UE sta affrontando il problema delle barriere amministrative interne che ostacolano la mobilità dei ricercatori tra i diversi stati membri, ciascuno dei quali conserva normative autonome in materia fiscale, previdenziale e contrattuale. Con l’introduzione dell’ERA Act (Spazio Europeo della Ricerca, il progetto legislativo volto a creare un mercato unico della conoscenza privo di frontiere interne), si punta a eliminare queste frizioni, rendendo lo spostamento dei professionisti semplice e tutelato in tutto il continente. Tuttavia, questa transizione verso una scienza aperta e globale deve misurarsi con la realtà imposta dal conflitto in Ucraina e dal ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa, che sta spingendo i paesi europei ad aumentare massicciamente la spesa per la sicurezza nazionale.
Questo scenario introduce una tensione profonda all’interno delle università e dei centri di eccellenza. Per la prima volta, infatti, il prossimo programma quadro europeo consentirà il finanziamento delle tecnologie a duplice uso (le innovazioni scientifiche caratterizzate da strumenti applicabili sia in ambito civile sia in ambito militare), come i sistemi di sorveglianza autonoma e i droni. La sfida etica per gli anni a venire consisterà nel coniugare le necessità di sicurezza e autonomia strategica con i valori di apertura e cooperazione internazionale che definiscono la ricerca europea. Difendere lo spazio della scienza libera rappresenta l’unico modo per garantire che l’innovazione rimanga uno strumento al servizio della salute, del benessere e della coesione della comunità.
(Foto di François Genon su Unsplash)
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