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La Commissione europea ha presentato una proposta legislativa volta a semplificare la mobilità transfrontaliera dei lavoratori, intervenendo sui tempi e sui costi burocratici necessari per il riconoscimento delle qualifiche professionali tra gli stati membri. Il pacchetto di norme sulla mobilità equa del lavoro, illustrato il 15 settembre 2026 a Bruxelles, introduce scadenze vincolanti per ridurre le attese: per figure sanitarie e tecniche ad alta richiesta come medici, infermieri e ingegneri, il periodo massimo per convalidare un titolo scenderà da tre mesi a cinque settimane, mentre per le altre professioni il termine passerà da quattro mesi a undici settimane. Il piano prevede inoltre l’estensione del riconoscimento ai lavoratori formati al di fuori dell’Unione, riducendo l’attesa media da 14 a quattro mesi, introducendo l’omologazione automatica per il personale medico extracomunitario proveniente da istituti accreditati. Come spiega un approfondimento dello European Correspondent, l’iniziativa si propone di sanare una storica incongruenza del mercato unico, dove il diritto teorico di stabilirsi in qualsiasi paese dell’Unione si scontra quotidianamente con barriere corporative e rigidità amministrative locali.

La complessità del quadro normativo continentale è evidente nelle dimensioni del fenomeno: sul territorio comunitario si contano oltre 5.700 casi di professione regolamentata (l’attività lavorativa il cui esercizio è subordinato per legge al possesso di specifici titoli di studio, esami di Stato o percorsi di abilitazione definiti dalle singole autorità nazionali), svolti complessivamente da un lavoratore su cinque. Questa frammentazione è stata analizzata nel dettaglio dal rapporto sul futuro del mercato unico redatto dall’ex presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, il quale ha segnalato come i mancati riconoscimenti delle qualifiche agiscano spesso come strumenti di protezione delle corporazioni locali per limitare l’accesso alla concorrenza e difendere i livelli salariali interni. L’indagine evidenziava il paradosso economico generato da questi ostacoli, che bloccano la mobilità di profili qualificati proprio mentre le imprese di tutto il continente lamentano l’impossibilità di reperire manodopera specializzata per sostenere i propri piani di espansione.

Le difficoltà risultano ancor più accentuate per i professionisti provenienti da paesi esterni all’Unione europea, costretti spesso ad attendere oltre un anno per sostenere le prove linguistiche o a prestare servizio come volontari e assistenti tecnici senza stipendio pur di accedere ai tirocini. I dati di Eurostat confermano che circa il 40 per cento dei lavoratori immigrati con formazione terziaria svolge mansioni per le quali risulta ampiamente sovraqualificato. L’unico comparto in cui la mobilità ha funzionato con maggiore regolarità è quello disciplinato dalla direttiva comunitaria del 2005 sul riconoscimento automatico (la procedura semplificata che garantisce l’omologazione immediata del percorso formativo tra paesi membri per specifiche categorie armonizzate, tra cui medici, veterinari, farmacisti e architetti), che ha consentito a figure sanitarie formate nell’Est Europa di inserirsi più rapidamente negli organici ospedalieri occidentali.

L’urgenza di sbloccare la portabilità delle competenze è dettata da una crisi demografica che rischia di compromettere la tenuta dei servizi pubblici essenziali. I documenti congiunti approvati dagli stati membri quantificano una carenza di oltre 1,2 milioni di unità tra infermieri, medici di medicina generale e fisioterapisti all’interno dei sistemi sanitari europei. Squilibri simili colpiscono l’industria manifatturiera e i settori legati alla transizione verde, dove mancano tecnici delle costruzioni, saldatori e ingegneri, mentre organizzazioni imprenditoriali come Confindustria avvertono che la mancata concordanza tra domanda e offerta di competenze genera perdite miliardarie per la crescita economica continentale.

L’attuazione del nuovo piano dipenderà dall’approvazione del Parlamento europeo e dei governi nazionali, che conservano la sovranità sui propri ordinamenti scolastici e accademici. Il percorso di riforma prevede l’integrazione di certificati di studio e coperture sanitarie all’interno del portafoglio europeo di identità digitale (l’app protetta che consentirà ai cittadini dell’UE di archiviare, verificare ed esibire documenti legali e credenziali professionali in formato digitale), con l’obiettivo di rendere operative le tessere sanitarie e i diplomi digitali entro un arco temporale di tre anni. Parallelamente, la proposta prevede un rafforzamento dell’Autorità europea del lavoro, a cui verranno affidati poteri di ispezione e vigilanza per tutelare i lavoratori non comunitari da fenomeni di sfruttamento e sottoinquadramento contrattuale, delineando un percorso verso una mobilità professionale realmente accessibile ed equa.

(Foto di Nacho Gomez su Pexels)

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