Da molto tempo, almeno dai tempi del Covid, si parla dell’allontanamento intenzionale dal consumo di informazioni da parte di una parte rilevante della popolazione mondiale. Secondo il Digital News Report 2025 del Reuters Institute (un ente di ricerca specializzato nell’analisi dei media), il 40 per cento delle persone a livello globale dichiara di evitare periodicamente le notizie, con un dato ancora più marcato in Canada, dove la percentuale raggiunge il 69 per cento. Le motivazioni che spingono gli individui verso questa scelta sono riconducibili principalmente alla sensazione di essere sopraffatti dalla mole di eventi negativi e alla percezione di una totale impotenza di fronte alle crisi globali. Questo distanziamento, sostiene un articolo pubblicato su The Conversation, non deve essere interpretato come un disinteresse civico o una fragilità generazionale, quanto piuttosto come la risposta di un apparato cognitivo che si trova a dover gestire un flusso informativo incompatibile con le proprie strutture evolutive.
Le basi biologiche di questa reazione risiedono nel cosiddetto bias di negatività (la tendenza del cervello umano a dare maggiore importanza e a ricordare più a lungo le informazioni negative rispetto a quelle positive), uno dei meccanismi più documentati nelle scienze cognitive. Da un punto di vista evolutivo, l’attenzione rivolta alle minacce è stata fondamentale per la sopravvivenza della specie: la capacità di individuare tempestivamente un pericolo nell’ambiente circostante garantiva un vantaggio adattivo determinante. Tuttavia, continua l’articolo, mentre in passato le minacce erano confinate all’ambito locale e limitate nel tempo, l’attuale ecosistema digitale impone al sistema nervoso di elaborare istantaneamente eventi catastrofici provenienti da ogni parte del mondo. La velocità con cui un individuo può apprendere di una guerra, di un disastro climatico o di uno choc finanziario in aree geograficamente distanti crea una pressione cognitiva che il cervello non è strutturato per gestire.
L’impatto di questa sovrabbondanza informativa è confermato da prove scientifiche che mostrano come l’incremento di termini negativi nei titoli aumenti la percentuale di clic rispetto a contenuti positivi. Tale dinamica ha portato alla definizione di un quadro clinico noto come Problematic News Consumption (PNC, ovvero il consumo problematico di notizie), uno schema di interazione con i media che può generare preoccupazione costante e disfunzioni nella vita quotidiana. Uno studio condotto su un campione di adulti negli Stati Uniti ha rilevato che il 17 per cento della popolazione presenta livelli gravi di questo disturbo, e tra coloro che ne soffrono, il 61 per cento riferisce di avvertire malesseri fisici o psicologici frequenti. Il carico cognitivo risulta essere particolarmente gravoso per le comunità appartenenti a minoranze o gruppi marginalizzati, i quali non possono facilmente rinunciare all’informazione quando essa riguarda direttamente la propria identità o il proprio paese d’origine.
Se è vero che un sistema democratico necessita di cittadini informati per poter operare correttamente, il ritiro da fonti attendibili rischia di indebolirlo alimentando la diffusione di informazioni errate e manipolatorie. La gestione consapevole del consumo informativo passa dunque per la definizione di precise finestre temporali dedicate all’aggiornamento e per la scelta di contenuti che privilegino l’approfondimento rispetto alla rapidità dei flussi informativi. Ridurre lo scarto tra la consapevolezza di un evento e l’effettiva possibilità di intervenire aiuta ad attenuare il senso di impotenza, spostando l’attenzione dalla ricezione passiva dell’informazione alla ricerca di azioni concrete. Parallelamente, il riconoscimento dei cosiddetti rage bait (contenuti progettati per provocare reazioni di rabbia) favorisce la creazione di una distanza cognitiva fondamentale per preservare la stabilità psichica.
(Foto di Filip Mishevski su Unsplash)
Col sangue si fanno un sacco di cose
Le trasfusioni di sangue intero sono solo una piccola parte di ciò che si può fare con i globuli rossi, le piastrine, il plasma e gli altri emocomponenti. Ma tutto dipende dalla loro disponibilità, e c’è un solo modo per garantirla.
