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Nel dibattito pubblico sul rapporto tra tecnologia e sostenibilità, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente su due aspetti: da un lato l’enorme consumo di energia elettrica richiesto dai data center per addestrare i modelli linguistici, dall’altro la promessa di utilizzare gli algoritmi per ottimizzare la rete elettrica, migliorare le previsioni meteo per il fotovoltaico o efficientare gli impianti industriali. Tuttavia, questa narrazione trascura un fattore decisivo per la transizione energetica globale. L’intelligenza artificiale non viene impiegata soltanto nelle tecnologie pulite, ma si sta diffondendo con grande rapidità nell’industria estrattiva del petrolio, del gas e del carbone. Come spiega uno studio pubblicato sulla rivista npj Climate Action, l’uso dell’automazione digitale rischia di prolungare l’era dei combustibili fossili, aumentando le emissioni complessive dell’economia anziché ridurle.

Per comprendere questo paradosso occorre analizzare la natura della tecnologia algoritmica, definita dai ricercatori come un amplificatore bidirezionale di produttività, definizione che indica la capacità delle tecnologie digitali di incrementare le rese operative e ridurre i costi sia nelle energie rinnovabili sia nella filiera dei combustibili fossili. Se nelle fonti pulite l’intelligenza artificiale consente di prevedere con maggior precisione la produzione eolica o di migliorare la manutenzione dei pannelli solari, nel settore idrocarburico essa viene applicata per mappare i giacimenti sotterranei, ridurre i costi di perforazione e rendere economicamente vantaggiosi pozzi che in passato sarebbero stati abbandonati o considerati antieconomici. I colossi energetici utilizzano l’analisi predittiva per abbattere i costi di estrazione del gas di scisto negli Stati Uniti e per velocizzare l’esplorazione dei giacimenti sottomarini in Sud America. Questo miglioramento dell’efficienza estrattiva espande l’offerta di idrocarburi sul mercato, ne riduce i prezzi finali e rende la produzione fossile estremamente competitiva rispetto alle alternative ecologiche.

Applicando un modello economico globale di equilibrio generale (una simulazione che calcola come i cambiamenti tecnologici e i prezzi si ripercuotano contemporaneamente su tutti i mercati del mondo), gli autori dello studio hanno calcolato il bilancio tra i benefici e i danni ambientali derivanti dalla diffusione dell’intelligenza artificiale. I dati indicano che, in uno scenario di adozione parallela della tecnologia tra settori puliti e settori tradizionali, l’effetto netto è un incremento delle emissioni mondiali di anidride carbonica compreso tra 0,47 e 1,8 gigatonellate all’anno, una cifra pari a circa l’1,2-4,8 per cento dell’intero volume di emissioni legate all’energia registrato a livello globale. Questo aumento è guidato dalle emissioni abilitate, ossia il volume di anidride carbonica aggiuntiva generato dall’espansione economica e dalla riduzione dei costi di produzione nei settori ad alto impatto ambientale. Il divario tra i due ambiti è talmente profondo che, secondo i calcoli dello studio, i guadagni di produttività generati dalle rinnovabili dovrebbero essere da quattro a cinque volte superiori rispetto a quelli del settore fossile soltanto per raggiungere un punto di pareggio e azzerare l’aumento netto inquinante (la differenza tra i gas serra aggiuntivi generati dall’espansione industriale superano e quelli evitati grazie alle tecnologie pulite).

La ragione per cui l’efficienza algoritmica finisce per produrre un aumento dell’inquinamento risiede nella struttura stessa della nostra economia, che dipende ancora per l’80 per cento da fonti fossili integrate nella chimica, nei trasporti pesanti e nella manifattura. In questo contesto, l’aumento di produttività genera un potente effetto rimbalzo, il meccanismo economico per cui l’aumento dell’efficienza energetica abbassa i costi unitari finendo per stimolare un consumo complessivo superiore. A questo si aggiunge l’effetto induzione, cioè la riorganizzazione dei fattori produttivi che modifica la convenienza economica di un settore, attirando nuovi capitali e prolungando la vita delle infrastrutture tradizionali. Anziché sostituire il petrolio con il sole o con il vento, il mercato risponde all’innovazione digitale espandendo l’offerta totale di energia e mantenendo in vita gli impianti ad alto consumo di anidride carbonica. Persino la presenza di una tassa sull’inquinamento o la sola ottimizzazione della rete elettrica riescono a contenere questa spinta senza tuttavia invertire la tendenza di fondo.

Di fronte a questi rilievi, concludono i ricercatori le politiche di prevenzione climatica e di regolamentazione della tecnologia devono cambiare prospettiva. Concentrarsi unicamente sulla impronta operativa diretta (il consumo energetico immediato e le relative emissioni legate all’alimentazione dei data center e dei server di calcolo) significa ignorare la quota maggiore dei danni ambientali causati dalle applicazioni industriali delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale. Per proteggere la salute del pianeta e garantire un’effettiva decarbonizzazione, i governi e gli organismi internazionali devono affiancare agli incentivi per la transizione ecologica vincoli specifici che vietino l’uso dell’intelligenza artificiale per l’espansione dei giacimenti fossili. Solo orientando lo sviluppo tecnologico verso la tutela dei beni comuni e il rispetto dei limiti biologici del territorio sarà possibile evitare che l’innovazione digitale si trasformi nell’ennesimo ostacolo alla costruzione di un futuro sostenibile.

(Foto di Mihai su Unsplash)

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