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“Libertà è partecipazione”. Quel verso semplice e potente di Giorgio Gaber risuona ancora oggi con forza, soprattutto in occasione del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Una data che fa da spartiacque tra l’oppressione e la riconquista della democrazia, un momento fondativo di quella Repubblica che, con alterne fortune, continuiamo a costruire.

Nel testo della canzone, Gaber sottolinea come la libertà non sia “uno spazio libero”, bensì appunto “partecipazione”. Si può leggere come un invito a non considerarla solo come un fatto individuale, bensì come valore a cui tendere con uno sforzo collettivo.

Quando parliamo di partecipazione, in democrazia, vengono in mente due momenti precisi in cui questa si esprime. Il voto e la protesta. Eppure, le riflessioni che emergono dalle analisi di studiosi come Erica Chenoweth ci pongono di fronte a una realtà molto complessa. Chenoweth, attraverso il suo lavoro di monitoraggio delle mobilitazioni popolari a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, evidenzia infatti una tendenza: un aumento della partecipazione a proteste anti-autoritarie a livello globale, accompagnato da una diminuzione della loro efficacia nel produrre cambiamenti politici concreti.

Come sottolineava Mattia Ferraresi in un suo articolo di qualche anno fa, questa dinamica si manifesta in diverse parti del mondo. Vediamo piazze gremite esprimere dissenso, indignazione, desiderio di cambiamento. Tuttavia, spesso, queste mobilitazioni, pur nella loro ampiezza e passione, faticano a tradursi in trasformazioni istituzionali durature o a scalfire la tenacia di regimi autoritari.

Questo scenario globale ci interroga sul significato del 25 aprile oggi, in un’Italia e in un’Europa attraversate da nuove tensioni e sfide. La prima considerazione è che la libertà conquistata con la Resistenza non è un dato acquisito per sempre. Richiede una partecipazione attiva e consapevole, che vada oltre la pur importante commemorazione annuale.

L’era digitale ha indubbiamente moltiplicato le forme di partecipazione. Petizioni online, campagne social, e varie altre forme di attivismo “da divano”: strumenti che permettono a un numero sempre maggiore di persone di esprimere la propria opinione e unirsi a cause comuni. Tuttavia, come nota la sociologa turca Zeynep Tufecki, questa facilità di mobilitazione non sempre si traduce in un impatto politico profondo. La quantità di adesioni non garantisce la qualità del cambiamento.

Assistiamo a un vivace dibattito pubblico online su temi cruciali, dall’ambiente ai diritti civili, dalle questioni economiche alla politica internazionale. Queste discussioni, spesso animate e partecipate, rischiano però di rimanere confinate nello spazio digitale, senza trovare un’efficace traduzione in azioni concrete o in una pressione politica strutturata.

Parallelamente, la polarizzazione del dibattito pubblico, amplificata spesso dai meccanismi dei social media, rende più difficile la costruzione di un terreno comune per l’azione collettiva. Le “camere dell’eco” digitali possono rafforzare le convinzioni preesistenti, ma ostacolano il dialogo costruttivo e la ricerca di soluzioni condivise.

Guardando all’attualità italiana, registriamo una partecipazione elettorale in calo, segnale forse di una disillusione o di una distanza crescente tra cittadini e istituzioni. Il che è particolarmente preoccupante per un paese che fatica a includere i giovani nei processi decisionali. Allo stesso tempo, non mancano segnali di una vitalità civica, con movimenti che si organizzano a livello locale su questioni specifiche, dal diritto alla casa alla difesa del territorio.

A livello internazionale, le immagini di proteste in diverse parti del mondo, spesso guidate da giovani che chiedono giustizia sociale e climatica, ci ricordano la persistente aspirazione alla libertà e al cambiamento. Tuttavia, come evidenziato dalle analisi di Chenoweth, la strada per trasformare queste aspirazioni in risultati tangibili è spesso lunga e disseminata di ostacoli.

Per tutto questo, auspichiamo che il 25 aprile non sia solo un giorno di ricordo del passato, per quanto importante, ma anche un’occasione per riflettere sul presente e sul futuro della democrazia. La libertà, ci ricorda Gaber, richiede impegno e partecipazione consapevole.

La libertà conquistata con il sacrificio di tanti durante la Resistenza ci consegna un’eredità preziosa. Sta a noi, oggi, onorarla non solo con la memoria, ma con un impegno attivo e costante per una società più giusta, libera e partecipata.

(Foto di Mike Cox su Unsplash)

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