La sottorappresentazione delle donne ai vertici delle carriere scientifiche e universitarie costituisce uno dei tanti aspetti in cui si manifesta il divario di genere a livello globale. Questo fenomeno, conosciuto anche come il “soffitto di cristallo” (la barriera invisibile di natura sociale, culturale e organizzativa che impedisce alle donne di raggiungere cariche di alto livello), non rappresenta soltanto un problema di giustizia distributiva, ma incide direttamente sulla qualità e sulla produttività della scienza. Quando le ricercatrici faticano a progredire nel proprio percorso, la società rischia infatti di perdere contributi fondamentali, subendo una contrazione nell’indagine di tematiche di genere e una mancanza di figure di riferimento capaci di incoraggiare la partecipazione delle giovani generazioni nelle materie scientifiche. Un recente studio longitudinale condotto dalla London School of Economics analizza le traiettorie di oltre 13mila dottorandi nell’arco di venticinque anni, dimostrando come la genitorialità rappresenti lo spartiacque fondamentale in cui le carriere di uomini e donne divergono in modo netto.
L’analisi empirica rivela che le traiettorie lavorative di uomini e donne all’interno delle università si sovrappongono in modo quasi perfetto fino alla nascita del primo figlio. Da quel momento si registra una marcata asimmetria: in seguito alla maternità, una donna su tre abbandona definitivamente il mondo universitario, a fronte di appena un uomo su sei. Questo divario si traduce in una perdita relativa in termini di occupazione, salario e progressione di carriera subita dalle donne rispetto ai colleghi maschi in seguito alla nascita dei figli pari al 15% nell’occupazione accademica. I dati indicano che tale contrazione non è compensata dal passaggio delle ricercatrici verso il settore privato, dall’emigrazione scientifica all’estero o dall’uscita totale dal mercato del lavoro, confermando che si tratta di una dispersione interna al sistema universitario.
L’impatto della nascita di un figlio incide anche sulla stabilità contrattuale e sulla produttività delle ricercatrici. A otto anni dalla transizione alla genitorialità, la probabilità per una madre di ottenere una tenure (la posizione accademica a tempo indeterminato, equivalente al ruolo di professore associato o ordinario) risulta inferiore del 23% rispetto a quella dei padri, la cui traiettoria non mostra alcuna variazione negativa. Parallelamente, la produttività scientifica delle donne, misurata attraverso gli indicatori bibliometrici del database Scopus, subisce una flessione del 31%, mentre quella maschile rimane del tutto invariata. I dati confermano che la minore presenza femminile nelle posizioni di vertice non è determinata da una mancanza di ambizione iniziale: i sondaggi condotti tra i dottorandi documentano che uomini e donne mostrano identici livelli di aspirazione professionale, interesse per la ricerca e importanza attribuita all’indipendenza intellettuale all’inizio del loro percorso.
La causa principale di questa frattura risiede nella gestione del tempo e nel carico mentale associato alla cura dei figli. Sebbene la maggior parte degli accademici sostenga un modello ideale di divisione paritaria, le madri finiscono per farsi carico di una quantità di responsabilità domestiche cinque volte superiore rispetto ai padri. Questa discrepanza si accentua per le attività caratterizzate da elevata imprevedibilità, come le visite mediche o la gestione delle malattie dei figli, che limitano la disponibilità lavorativa proprio nelle ore diurne. Di conseguenza, le madri di bambini in età prescolare lavorano in media quattro ore in meno alla settimana rispetto ai padri della stessa fascia d’età, subendo una riduzione del dieci per cento del proprio tempo lavorativo in una professione caratterizzata da elevata competizione e rendimenti che crescono all’aumentare delle ore dedicate alla ricerca.
A complicare la situazione intervengono le limitazioni alla mobilità, che riducono sensibilmente le opzioni di impiego per le ricercatrici in un mercato che richiede continui trasferimenti internazionali. Lo studio evidenzia che la penalità di maternità non viene attenuata nemmeno nei casi in cui il partner condivide lo stesso background accademico, usufruisce dei congedi di paternità o in presenza del supporto delle nonne in pensione. Questi aiuti non riescono a compensare il carico complessivo che la maternità impone alle lavoratrici, specialmente all’interno di dipartimenti altamente competitivi o privi di donne in posizioni di vertice.
I dati indicano che circa il 70% del divario di genere nell’occupazione accademica e il 40% del divario nel raggiungimento della stabilità contrattuale sono direttamente riconducibili alla penalità di maternità. Il fatto che questo fenomeno si registri con tale intensità persino in contesti sociali caratterizzati da un welfare avanzato e da servizi per l’infanzia accessibili, come la Danimarca, dimostra che le politiche di conciliazione strutturali, pur necessarie, non sono da sole sufficienti. È indispensabile un cambiamento culturale profondo che ridisegni i criteri di valutazione del merito scientifico, valorizzando la continuità e l’indipendenza della ricerca.
(Immagine di DC Studio su Magnific)
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