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Il dibattito relativo all’attribuzione di nuove forme di autonomia alle regioni Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria solleva interrogativi strutturali sulla tenuta del Servizio sanitario nazionale (SSN). Come riportato dalla Fondazione Gimbe, la proposta di dare maggiori competenze amministrative e gestionali a queste entità territoriali potrebbe inasprire le disuguaglianze nell’accesso alle cure, favorendo una progressiva privatizzazione del settore. Il nodo centrale della questione risiede nel rischio che la gestione autonoma delle risorse per l’edilizia sanitaria, delle tecnologie e dei fondi integrativi possa frammentare l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (LEA), ovvero l’insieme delle prestazioni che lo Stato è tenuto a garantire gratuitamente o previo pagamento del ticket. Tale scenario appare particolarmente critico se si considera che il sistema sanitario soffre già di cronico sottofinanziamento e di difficoltà nel garantire la copertura standard per tutti i cittadini.

Un aspetto particolare riguarda la natura stessa delle competenze richieste, che includono la possibilità per le singole regioni di stabilire tariffe differenziate e di gestire autonomamente l’allocazione di risorse nazionali precedentemente vincolate. Secondo l’analisi della Fondazione Gimbe, il trasferimento di tali poteri a regioni che presentano già oggi capacità organizzative e finanziarie molto diverse tra loro rischia di rafforzare le aree territoriali più strutturate, rendendo ancora più difficile colmare i divari con le regioni meno dotate. Il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, ha evidenziato come l’autonomia amministrativa non sia il problema in sé, ma lo sia la sua applicazione in un sistema privo di adeguati meccanismi di garanzia e di misure per compensare le disparità. In assenza di una rigorosa istruttoria che assicuri l’uniformità dei diritti su tutto il territorio, si corre il rischio che le disparità nell’accesso alle cure non solo vengano ampliate, ma anche legittimate da un nuovo assetto normativo.

Al contempo, un’analisi di Salutequità evidenzia come l’attuale processo di approvazione degli schemi di intesa sia caratterizzato da una profonda incertezza normativa. L’incertezza normativa deriva anche dalla difficoltà nel definire con precisione i Livelli essenziali di prestazione (LEP, cioè gli standard minimi di servizio che ogni cittadino ha diritto a ricevere) e dalle recenti decisioni del TAR Lazio (il tribunale competente per la giustizia amministrativa), le cui sentenze hanno messo in dubbio le regole sui rimborsi delle prestazioni. Questo vuoto legislativo rende estremamente incerto ciò che i cittadini possono effettivamente pretendere dal sistema sanitario. A rendere difficile una programmazione efficace è, inoltre, l’uso di parametri basati su dati storici per calcolare le risorse necessarie, un metodo che non tiene conto dei reali bisogni della popolazione legati all’evoluzione delle malattie o all’introduzione di nuove tecnologie mediche. Un sistema di allocazione delle risorse che non sia proporzionale ai reali bisogni della popolazione, come documentato anche dall’Istat per quanto concerne le patologie croniche, non può costituire una base solida per un modello di autonomia differenziata.

Inoltre, la mancanza di una valutazione indipendente sull’impatto economico e sociale di questa riforma genera preoccupazioni circa la sostenibilità delle regioni che non hanno richiesto l’autonomia. Secondo quanto osservato da Salutequità, il rischio è quello di innescare un regionalismo asimmetrico di tipo competitivo anziché solidale, capace di generare un drenaggio di pazienti e di personale sanitario dalle regioni più deboli verso quelle più forti. Senza strumenti di monitoraggio che analizzino la neutralità degli effetti per lo Stato e per le altre amministrazioni, l’operazione appare come una manovra priva di elementi governabili in termini di mobilità sanitaria e di equilibrio di bilancio. La gestione autonoma dei fondi sanitari integrativi rappresenta un ulteriore elemento di incertezza, poiché mancano ancora i sistemi necessari per valutarne l’impatto sull’equità dell’offerta pubblica.

La necessità di stabilire meccanismi di controllo rigorosi e di completare il sistema di garanzia dei LEA appare dunque una condizione imprescindibile per evitare la frammentazione del diritto alla salute. Il raggiungimento di un equilibrio richiede non solo la definizione dei costi standard, ma anche l’attuazione di misure volte a compensare le differenze tra i territori, come il potenziamento del fondo perequativo (lo strumento destinato a correggere le disparità economiche tra enti) e l’adozione di sistemi di monitoraggio indipendenti. Solo attraverso una valutazione trasparente della capacità di mantenere l’unità della Repubblica e la solidarietà tra territori, sostengono le due analisi, sarà possibile evitare che l’autonomia si traduca in un indebolimento dei principi fondamentali su cui si fonda la tutela della salute collettiva.

(Foto di Sasun Bughdaryan su Unsplash)

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