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La ricerca scientifica rappresenta la spina dorsale invisibile su cui si fondano la salute pubblica, la transizione ecologica e l’equità sociale di una comunità. Tuttavia, secondo alcuni osservatori, lo spazio della libera indagine sta subendo una contrazione a livello globale, sollevando preoccupazioni. Come evidenziato in un’analisi pubblicata sulla rivista eLife, la comunità scientifica internazionale si trova oggi ad affrontare un attacco strutturale, caratterizzato da tagli ai finanziamenti e dallo smantellamento di intere istituzioni. Questo fenomeno, guidato da ragioni ideologiche o di bilancio in diversi paesi sia del Nord che del Sud del mondo, rischia di compromettere la capacità collettiva di rispondere alle grandi sfide sanitarie e ambientali del nostro tempo, ridefinendo in modo autoritario i confini di ciò che viene considerato un ambito di indagine legittimo.

Le manifestazioni più acute di questa crisi si registrano in paesi come l’Argentina e gli Stati Uniti, dove le nuove amministrazioni hanno avviato una decisa destrutturazione del sistema di ricerca pubblico. In Argentina, gli stanziamenti statali per la scienza sono crollati allo 0,156% del prodotto interno lordo, toccando il minimo storico dalla crisi economica del 2002. Questo disinvestimento ha comportato il licenziamento di quasi 600 scienziati presso il CONICET (il Consiglio nazionale delle ricerche scientifiche e tecniche argentino) e la revoca di borse di studio già assegnate a oltre 850 giovani ricercatori, rendendo il paese l’unica realtà dell’America Latina a non finanziare nuovi progetti di ricerca quest’anno. Negli Stati Uniti, il governo federale ha congelato o revocato oltre 7.800 contratti di ricerca già approvati da enti fondamentali come il NIH (i National Institutes of Health, l’agenzia governativa statunitense per la ricerca biomedica) e la NSF (la National Science Foundation, l’ente per il sostegno alla ricerca di base), colpendo in modo mirato i programmi dedicati allo studio dell’esitazione vaccinale, delle disuguaglianze sociali e dei cambiamenti climatici. Questa massiccia contrazione ha causato la perdita del lavoro per più di 25mila dipendenti delle agenzie scientifiche statali, spingendo moltissimi ricercatori a cercare rifugio in Europa.

Il declino del sostegno pubblico alla scienza non risparmia nemmeno l’Europa. Nei Paesi Bassi, le negoziazioni di coalizione hanno portato a tagli strutturali superiori a un miliardo di euro per l’istruzione superiore, eliminando i fondi di avviamento che garantivano il sostentamento di circa 1.200 posizioni di ricerca. Nel Regno Unito, la crisi finanziaria ha costretto i principali consigli di finanziamento a sospendere i bandi ordinari, con perdite stimate in 162 milioni di sterline che rischiano di ridurre fino al 60% i programmi di fisica nucleare e astronomia. La convergenza di queste politiche di austerità colpisce in modo sproporzionato ambiti cruciali per la salute globale, come le malattie tropicali trascurate (un gruppo di infezioni che colpiscono prevalentemente le popolazioni a basso reddito e che dipendono quasi interamente dai laboratori pubblici dei paesi a medio reddito) e la ricerca agricola finalizzata alla sicurezza alimentare, indirizzando le scarse risorse disponibili solo verso settori immediatamente convertibili in attività estrattive o industriali.

Di fronte a una minaccia che supera le barriere nazionali, le risposte adottate finora si sono rivelate insufficienti, secondo l’analisi pubblicata su eLife. Se in passato il sistema scientifico era in grado di assorbire i singoli choc nazionali favorendo la mobilità dei ricercatori, questa compensazione naturale si interrompe quando più paesi riducono contemporaneamente il proprio impegno nella ricerca. L’articolo conclude che per costruire una reale “resilienza scientifica”, cioè la capacità del sistema di ricerca globale di proteggere l’autonomia intellettuale e garantire la continuità delle scoperte, organizzazioni internazionali come l’UNESCO e l’International Science Council devono stabilire protocolli di allerta rapida che codifichino l’indipendenza dei ministeri della scienza, trasformando la loro difesa in una priorità. Parallelamente, i paesi in cui non si registrano flessioni negli investimenti dovrebbero finanziare interi team di ricerca, piuttosto che singoli studiosi, proteggendo così la continuità di studi come le sperimentazioni cliniche e i monitoraggi ecologici a lungo termine. Infine, la difesa della scienza deve passare attraverso la costruzione di alleanze stabili con le comunità che beneficiano direttamente del sapere pubblico, come le associazioni di pazienti e i produttori agricoli locali, dimostrando che l’indipendenza della ricerca non è un privilegio corporativo, ma un pilastro essenziale per la democrazia e per la salute di tutti.

(Foto di Zsófia Hajnal su Unsplash)

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