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Il quarantesimo anniversario dell’accordo di Schengen, che ricorreva nel 2025, ha rappresentato un’occasione di riflessione critica sulla tenuta di uno dei pilastri fondamentali dell’integrazione europea. Nonostante sia celebrato come un simbolo di unità e fiducia, lo spazio di libera circolazione sta attraversando una fase di profonda erosione. Come analizzato in un contributo per EUobserver, la reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne — una misura teoricamente riservata a emergenze eccezionali — è diventata per molti governi uno strumento politico di routine, utilizzato per rispondere alle preoccupazioni di politica interna legate alla migrazione e alla sicurezza.

Il cuore della crisi risiede nella trasformazione di misure eccezionali in politiche a tempo indeterminato. Attualmente, dieci stati membri dell’area Schengen, che hanno quindi abolito i controlli alle frontiere comuni, li hanno ripristinati: tra questi figurano paesi come Germania, Francia, Italia, Austria e Svezia. Il rischio concreto è la normalizzazione di pratiche che il sistema Schengen era stato progettato per abolire. Sebbene il Codice frontiere Schengen (il quadro legale che disciplina la gestione dei confini interni ed esterni) sia stato revisionato nel 2024 per rimuovere alcune scappatoie legali, molti governi continuano a ignorare i nuovi limiti. La riforma ha stabilito un tetto legale assoluto di tre anni per i controlli temporanei, ma nella pratica diversi stati continuano a estendere queste misure ben oltre la soglia consentita, creando un pericoloso stallo tra la norma giuridica e l’esperienza quotidiana dei cittadini.

La questione non è puramente burocratica, ma tocca l’essenza stessa della cittadinanza europea. La libera circolazione è riconosciuta come un diritto fondamentale dall’articolo 45 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e rappresenta un elemento intrinseco dell’identità comune. Organizzazioni come l’ECAS (European Citizen Action Service), che da oltre trent’anni monitorano le sfide affrontate dai cittadini negli spostamenti transfrontalieri, denunciano come i controlli ingiustificati indeboliscano la credibilità della legislazione europea. Quando gli interessi nazionali prevalgono sulle regole comuni, si assiste a uno smantellamento silenzioso delle libertà più celebrate dell’Unione.

Il futuro del progetto europeo dipenderà dalla capacità dei capi di stato e di governo di difendere la libertà di movimento come fulcro dell’integrazione, anziché sacrificarla per ottenere rassicurazioni politiche a breve termine. Il superamento delle barriere fisiche all’interno dell’area Schengen ha storicamente alimentato un senso di appartenenza condiviso che oggi appare minacciato dal ritorno di file e controlli dell’identità che sembravano appartenere al passato. In occasione di questo anniversario, conclude l’articolo su EUobserver, la sfida per l’Europa non è la semplice commemorazione di un trattato, ma la riscoperta del coraggio politico necessario per preservare l’apertura e la fiducia reciproca che hanno definito l’Unione fin dalle sue origini. Solo attraverso un rigoroso controllo delle motivazioni che spingono alla chiusura dei confini sarà possibile garantire che Schengen non rimanga un guscio vuoto, ma continui a essere una realtà tangibile per milioni di persone.

(Foto di Aliaksandra Yadzeshka su Unsplash)

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