Negli ultimi anni, l’introduzione della “pistola elettrica” conosciuta come taser ha ridefinito le modalità di intervento sul territorio nazionale, estendendosi progressivamente dai reparti della Polizia di Stato e dell’arma dei Carabinieri, fino ad alcune amministrazioni locali. Tuttavia, come documentato da uno studio pubblicato dall’associazione Antigone, l’impiego di questo dispositivo solleva dubbi di natura clinica e giuridica che finora si è spesso cercato di minimizzare. Quella che viene comunemente presentata come un’alternativa innocua all’uso della forza fisica nasconde in realtà rischi biologici e sistemici che richiedono una seria e indipendente valutazione scientifica.
Il percorso commerciale del dispositivo ha radici negli anni Novanta, quando la società produttrice, oggi nota come Axon, iniziò a diffondere lo strumento sul mercato mondiale promuovendolo come un’arma “totalmente non letale”. Questa rassicurante definizione è stata tuttavia smentita da un’inchiesta giornalistica condotta dall’agenzia Reuters, che ha documentato negli Stati Uniti oltre mille decessi direttamente correlati alle scariche elettriche del dispositivo. Di fronte a queste evidenze, la classificazione ufficiale dell’attrezzatura è stata modificata, definendola come arma “meno letale”, che identifica un dispositivo concepito per neutralizzare temporaneamente un soggetto riducendo la probabilità di causare lesioni mortali o permanenti. Al fine di proteggere la propria quota di mercato, l’azienda ha finanziato nel tempo ricerche mediche interne volte a promuovere la controversa diagnosi di delirio eccitato (uno stato di agitazione psicomotoria estrema accompagnato da aggressività e alterazione metabolica), una pseudo-diagnosi priva di un reale consenso accademico e rifiutata dalle principali associazioni psichiatriche mondiali, utilizzata prevalentemente per scagionare gli effetti della scarica elettrica e attribuire il decesso dei soggetti fermati a cause naturali preesistenti.
Il funzionamento biologico del dispositivo si basa sull’emissione di due dardi metallici che, una volta penetrati nella pelle o negli indumenti del soggetto, trasmettono una scarica ad alta tensione capace di provocare la paralisi temporanea dei muscoli scheletrici, che impedisce qualsiasi movimento volontario. Indagini cardiologiche indipendenti evidenziano come questo improvviso shock elettrico possa alterare il ritmo cardiaco, innescando aritmie gravi o la fibrillazione ventricolare, soprattutto in soggetti caratterizzati da elevata vulnerabilità, come persone con cardiopatie pregresse, donne in stato di gravidanza, individui sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o in uno stato di grave affaticamento fisico.
Accanto alle problematiche cliniche, l’introduzione di questa tecnologia produce delicati effetti sul comportamento degli operatori sul campo, alimentando quella che gli esperti definiscono la sindrome del poliziotto pigro, ossia la tendenza degli agenti a ricorrere immediatamente alla scarica elettrica per risolvere situazioni di mancata conformità o resistenza passiva, rinunciando preventivamente alle tecniche di de-escalation verbale o di contenimento fisico meno invasive. Questa scorciatoia operativa rischia di favorire un uso sproporzionato della forza, violando la dignità della persona e trasformando uno strumento di difesa in un mezzo di punizione rapida. Preoccupazioni analoghe sono state espresse a livello internazionale dal CAT (il Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite), che ha ammonito come l’uso non regolamentato del dispositivo possa determinare trattamenti crudeli, inumani o degradanti, se non addirittura configurarsi come una violazione dei diritti fondamentali della persona.
Di fronte a questo scenario, l’indagine condotta da Antigone formula raccomandazioni precise per circoscrivere l’utilizzo del dispositivo sul territorio nazionale e prevenire potenziali abusi. La prima proposta consiste nella sospensione dell’uso dello strumento in contesti critici o in assenza di ricerche scientifiche indipendenti che ne certifichino l’assenza di rischi letali, specialmente nei confronti delle fasce più fragili della popolazione. A questa misura si affianca l’obbligo di garantire la massima trasparenza pubblica su ogni caso di decesso o lesione grave, supportato dall’istituzione di un registro nazionale centralizzato che raccolga i dati di ogni utilizzo, incluse le circostanze e la durata delle scariche. Risulta inoltre prioritario definire regole di ingaggio uniformi e vincolanti su tutto il territorio nazionale, escludendo tassativamente l’utilizzo della pistola elettrica da parte della polizia locale e bloccandone l’introduzione negli istituti penitenziari, che sono contesti caratterizzati da un elevato rischio di utilizzi impropri dovuti alla vicinanza fisica prolungata e alla asimmetria di potere. Sostenere queste battaglie di civiltà significa ricordare che la sicurezza di una comunità si misura dalla capacità di proteggere i diritti e la salute di ogni individuo, senza mai cedere alla logica della forza.
(Foto di Nothing Ahead su Pexels)
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