Skip to main content

Il nuovo focolaio di ebola mostra cosa succede quando si preferisce contenere un virus in un luogo remoto invece che debellarlo. La colpa è anche del nome che diamo al virus, e del retaggio coloniale che questo porta con sé. Ne scrive il Tascabile.

Per molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo. Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che, come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale.

È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al villaggio”.

Continua a leggere sul Tascabile

(Foto di ArtPhoto_studio su Magnific)

Può funzionare ancora meglio

Il sistema trasfusionale italiano funziona grazie alle persone che ogni giorno scelgono di donare sangue, per il benessere di tutti. Vuoi essere una di quelle persone?

Si comincia da qui

Privacy Preference Center