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Il dibattito sulla sostenibilità si concentra spesso sulla decarbonizzazione (il processo di riduzione delle emissioni di carbonio per contrastare il riscaldamento globale), ma esiste un concetto complementare e altrettanto cruciale che sta emergendo nelle politiche ambientali: la defossilizzazione. Come spiegato in un editoriale su Nature, eliminare i combustibili fossili non significa affatto eliminare il carbonio dalla nostra civiltà. Questa molecola rimane infatti un ingrediente insostituibile per prodotti di uso quotidiano come detergenti, farmaci, fertilizzanti e materie plastiche. La sfida del prossimo futuro consiste nel trovare fonti di carbonio che non provengano dal sottosuolo, garantendo che carbone, gas e petrolio restino confinati nel terreno.

La domanda mondiale di “carbonio incorporato” nei prodotti chimici è destinata a raddoppiare entro il 2050. Per soddisfare questo fabbisogno senza ricorrere alle fonti fossili, la ricerca scientifica guarda innanzitutto alla biomassa (materia organica di origine vegetale). Attualmente, le colture agricole come la colza, il girasole o il mais sono la fonte principale, ma sottrarre terra alla produzione alimentare per fini industriali comporta rischi per la biodiversità e l’innalzamento dei prezzi del cibo. Una soluzione più promettente è rappresentata dall’estrazione di carbonio dalla lignocellulosa (la parte legnosa e resistente degli scarti agricoli), che non richiede nuovi terreni ma è ancora estremamente costosa e complessa da processare su larga scala a causa dei lunghi tempi di produzione.

Un’altra riserva fondamentale è costituita dai rifiuti. Sebbene nell’Unione europea si ricicli già oltre il 40 per cento della plastica, i metodi meccanici tradizionali che si limitano a sminuzzare o fondere i materiali hanno dei limiti qualitativi. La vera svolta tecnologica risiede nel riciclo chimico: un processo che scompone le plastiche nelle loro molecole costituenti originali, permettendo di ricostruire materiali nuovi con la stessa purezza di quelli vergini. Oltre ai rifiuti solidi, la risorsa potenzialmente più vasta è l’anidride carbonica stessa, catturata dalle emissioni industriali o direttamente dall’atmosfera. Secondo il Nova-Institute di Hürth, la cattura di CO2 potrebbe fornire un terzo del carbonio necessario all’industria chimica entro il 2050, superando persino il contributo della biomassa. Tuttavia, poiché la molecola di CO2 è estremamente stabile, la sua trasformazione richiede una quantità enorme di energia, che deve essere necessariamente prodotta da fonti rinnovabili per essere realmente sostenibile.

Nonostante l’urgenza climatica, alcuni governi in Europa e negli Stati Uniti sembrano mostrare segni di incertezza sui propri impegni ambientali. Eppure, la defossilizzazione non è solo una necessità ecologica, ma una straordinaria opportunità di crescita economica e indipendenza strategica per l’industria chimica. Le istituzioni scientifiche internazionali stanno esortando i governi a sostenere la ricerca in questo campo, sottolineando che investire nella scienza del carbonio circolare allinea la protezione del clima con la crescita economica. Programmi di ricerca congiunti, come quelli tra UE e Cina, devono essere rinnovati e potenziati, sottolinea l’editoriale di Nature, con un focus specifico sulla trasformazione delle materie prime. Solo attraverso un impegno coordinato potremo garantire che i materiali del futuro non siano più figli del petrolio, ma di un ciclo pulito e rigenerativo.

(Foto di ANGELA BENITO su Unsplash)

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