Tra le misure contenute nel decreto “Rilancio”, una delle più importanti riguarda il settore della sanità. Come spiega un articolo su Welforum, «Il Decreto Legge “Rilancio Italia” del 19 maggio 2020 stanzia risorse per il comparto sanitario, in misura di 3,2 miliardi, di cui in particolare 1,256 miliardi per l’assistenza territoriale e 1,467 miliardi per il riordino della rete ospedaliera». Sono risorse importanti, ma non bisogna cadere nella tentazione di pensare che i soldi di per sé risolvano i problemi. Sarà molto importante capire in che modo saranno investiti, non solo per potenziare i servizi che ci sono già o costruire quelli che mancano, bensì per dare fondamenta nuove a un sistema che, durante un’emergenza senza precedenti nella storia moderna, ha mostrato di avere dei limiti strutturali che vanno superati. Prendiamo spunto da una lunga riflessione dell’epidemiologo Eugenio Paci, pubblicata su Scienza in rete, per ragionare su questi temi. Una delle questioni sottolineate nell’articolo riguarda il sistema della medicina territoriale, e le sue carenze: «Mentre la risposta negli ospedali, pur nella grande difficoltà dovute alle carenze strutturali, ha dimostrato e confermato il notevole livello tecnico-professionale dei nostri operatori, è venuto chiaramente in evidenza il limite della medicina territoriale, che è disastrata, più che dai tagli economici, dalla povertà di cultura professionale che l’ha caratterizzata ormai da decenni. I Dipartimenti di prevenzione e i distretti assistenziali hanno dimostrato di non essere in grado di guidare l’azione di sanità pubblica in una emergenza, come non riescono a farlo nella normalità». Parole che colgono perfettamente uno dei nodi scoperti della sanità in Italia, soprattutto in alcune regioni. Punti deboli su cui grava la responsabilità politica di scelte fatte nel corso di decenni, in cui non si sono saputi anticipare i problemi che tutti, nell’ambiente, continuavano a far notare. Ecco perché bisogna avere il coraggio di cambiare, non solo di finanziare. «Il rischio è che ci si avvii a un rifinanziamento, necessario e opportuno, che potrà avvenire grazie al prossimo intervento dell’Unione Europea, senza una adeguata riflessione su come e cosa cambiare. Pensare che spendere sia risposta sufficiente alle debolezze che si sono dimostrate in questi mesi, significa, con un atteggiamento non insolito in Italia, nascondersi che ci sono nodi storici che vanno sciolti, a partire da quelli istituzionali (come il rapporto stato-regioni e il governo complessivo del sistema sanitario)».
Molti dati, poca informazione
Uno degli aspetti che hanno caratterizzato la pandemia da coronavirus è la mole di dati da cui siamo stati sommersi, al punto che dopo alcune settimane si faceva fatica a dare loro un significato. E anzi, uno dei problemi è che gliene si è dato troppo, di senso, anche quando non ne avevano, perché erano imprecisi, incompleti, non aggiornati. C’erano i dati, ma mancava una procedura solida e affidabile sulla loro raccolta e condivisione a livello territoriale. «Appare evidente che la crisi del Covid-19 è stata, tra molte altre cose, la dimostrazione della crisi del sistema informativo delle malattie infettive che è sempre stato, secondo un modello tradizionale, un mondo a parte. La realizzazione di un sistema informativo dedicato come quello di Covid-19, non integrato in un sistema regionale e nazionale, ha offerto una immagine parziale e distorta dell’impatto e del bisogno di intervento richiesto per controllare l’epidemia. […] Ma l’onda nascosta, misurata grezzamente, come nel 1918 in occasione della Spagnola, con l’eccesso dei decessi totali rispetto alla media degli anni precedenti, ha svelato anche la parte oscura, la gravità piena dell’accaduto, stimando nella maggior parte dei paesi, per le settimane della pandemia, mediamente, un eccesso di quasi il 50 per cento rispetto ai decessi attesi nel periodo».
Partecipazione
Cogliamo l’occasione di questi spunti per sottolineare che, oggi più che mai, è necessaria una forte partecipazione popolare alla vita politica del paese e dell’Europa. Nelle democrazie rappresentative lo strumento principale di partecipazione politica è il voto. Ma è sbagliato affidarsi solo a quello, per poi disinteressarsi della discussione pubblica tra una tornata elettorale e l’altra. Quando i cittadini riescono a mettere sotto pressione i decisori, questi sono costretti a rispondere. Basta guardare a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti a seguito dell’uccisione da parte della polizia di George Floyd. Una serie di proteste reiterate e diffuse ha innescato un processo che sta portando a un ripensamento del sistema di polizia dell’intera federazione di Stati. Ogni volta ci sorprendiamo quando accadono fatti come questo, eppure la storia (anche recente) è piena di improvvise accelerazioni che rendono possibili cambiamenti su cui ci si confronta e si litiga da decenni. Ecco perché anche in Italia dobbiamo imparare a chiedere conto a chi governa sulle sue responsabilità: per ciò che fa e per ciò che non fa. In gioco c’è il futuro nostro e di chi verrà dopo di noi, non ci possiamo permettere di guardare dall’altra parte.
(Foto di Marcelo Leal su Unsplash)
