Il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) è stato un passaggio molto importante per la storia dei diritti delle persone con infermità mentale e per il modo in cui si concepisce la detenzione in Italia. Dopo numerosi rinvii, ad aprile 2015 è cominciato il processo che ha portato alla chiusura delle strutture ancora attive e all’attivazione delle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza). Sul sito del Forum salute mentale, è stata pubblicata una lunga riflessione dello psichiatra Pietro Pellegrini (autore del volume Liberarsi dalla necessità degli ospedali psichiatrici giudiziari) in cui questi riflette sulle conseguenze della riforma e sui rischi di un suo parziale o scorretto recepimento.
Le argomentazioni di Pellegrini diventano ancora più interessanti se guardate da una prospettiva più generale, che prescinda dal disturbo mentale che accompagna i destinatari di questo tipo di interventi, e abbracci l’idea di detenzione che abbiamo in Italia. Venendo all’ambito della riforma, è importante chiarire che «L’Opg non è stato sostituito dalle Rems bensì dal sistema di welfare di comunità, del quale fa parte il Dipartimento di salute mentale, al cui interno come strutture socio-sanitarie e non penitenziarie, operano le Rems». Questo passaggio è molto importante per capire che la riforma non si prefigge di trasferire semplicemente gli internati da una struttura a un’altra. L’intento, che si pone a un livello piuttosto alto rispetto al livello medio del dibattito politico italiano, è quello di riservare la misura detentiva solo ai soggetti che presentano una effettiva pericolosità sociale, eliminando l’aspetto punitivo della detenzione. Diventano così centrali il ruolo della cura e la dimensione comunitaria.
Pellegrini arriva a dubitare della piena intenzionalità del legislatore nel determinare questo cambio di paradigma, ma tant’è: «Non so quanto consapevolmente ma l’azione legislativa, per quanto incompleta, ha determinato le condizioni per la creazione di un sistema fondato su attività di cura e misure giudiziarie di comunità. Un nuovo impianto che sposta l’attenzione dai luoghi separati alla comunità sociale e all’insieme delle attività e dei servizi che in essa vi operano. Alla precedente impostazione penitenziaria (custodialistica) se ne è sostituita una di carattere sanitario (inclusiva) con una funzione di garanzia della magistratura».
Ma una legge da sola non è sufficiente a imporre una linea di cambiamento su tutti i livelli. Dovrà essere recepita e applicata nei contesti territoriali, ed è in questa fase che si gioca la partita più importante affinché le novità introdotte dalla riforma non siano ridimensionate. «Ciò deve essere registrato nei diversi accordi, ad esempio quello Stato-Regioni, onde evitare passi indietro, il mantenimento di approcci e linguaggi del tutto inadeguati o pesantemente in contrasto con il nuovo approccio. In questo quadro credo siano essenziali la vigilanza della società civile (StopOpg e tante altre realtà associative) e il protagonismo dei Dipartimenti di salute mentale (Dsm), del Coordinamento nazionale delle Rems affinché la revisione della normativa sia coerente con quanto finora si è realizzato nelle pratiche e con gli orientamenti parlamentari».
Pellegrini cita poi uno stralcio di una sentenza della Corte costituzionale (la numero 253 del 2003), dove si precisa che «le esigenze di tutela della collettività non potrebbero mai giustificare misure tali da arrecare danno, anziché vantaggio alla salute del paziente». Questa considerazione, seppure riferita esplicitamente al caso degli Opg, si potrebbe estendere in generale a tutto il sistema detentivo. Posto che l’Italia è stata più volte accusata da organismi internazionali di avere all’interno del suo sistema detentivo situazioni riconducibili alla tortura (fenomeno legato al sovraffollamento, che quest’anno è tornato a crescere), bisognerebbe chiedersi se anche per i detenuti che non presentano disturbi mentali non siano attuate «misure tali da arrecare danno, anziché vantaggio alla salute del paziente».
Negli ultimi tempi, al di là delle simpatie o antipatie che si possono nutrire nei confronti della persona, si è parlato della possibilità di scarcerare Marcello Dell’Utri, che versa in gravi condizioni di salute, affinché sia curato fuori dal carcere. Un diritto che dovrebbe essere garantito non solo a lui, ma a tutti coloro che, anziani e malati, sono sottoposti quotidianamente a un regime detentivo paragonabile a una forma di tortura. Queste considerazioni dovrebbero avere la meglio su qualsiasi strascico di indignazione e rabbia che sorregge in larga parte il dibattito pubblico di questi tempi. A prevalere dovrebbe essere l’aspetto umanitario, come sintetizza Luca Sofri in una serie di domande: «Che drammatiche conseguenze può avere liberare Marcello Dell’Utri? Nessuna. Nessuna. Creare un precedente? Ma magari si creasse un precedente che mostra che la detenzione di un uomo vecchio, malato e oggi innocuo è assurda. Creare una disparità? Nel senso che a fronte di altri vecchi, malati e innocui tenuti in carcere, la nostra soluzione è tenerceli tutti per non creare una disparità?».
(Foto di Cole Patrick su Unsplash)
