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Il processo di digitalizzazione della sanità pubblica si propone di semplificare la gestione della salute, ma porta con sé un paradosso fondamentale: le stesse misure introdotte per proteggere i cittadini rischiano di escluderne una parte. La sicurezza informatica e l’accessibilità sono infatti spesso trattate come obiettivi mutualmente esclusivi, creando quello che la ricerca scientifica definisce un divario di inclusione digitale. Come evidenziato in uno studio dell’Istituto di tecnologia di Karlsruhe, l’architettura dei servizi online non tiene ancora adeguatamente conto delle diverse abilità fisiche e cognitive, trasformando strumenti potenzialmente molto utili in ostacoli insormontabili per le persone con disabilità.
Uno dei punti critici di questa trasformazione risiede nell’autenticazione a due fattori, un protocollo di sicurezza che richiede due prove d’identità diverse, come una password e un codice ricevuto via cellulare, per accedere a un profilo. Sebbene questa misura sia indispensabile per la protezione dei dati clinici, la sua implementazione attuale ignora spesso le necessità di chi soffre di disabilità sensoriali o motorie. Molti sistemi impongono tempi di risposta troppo brevi per chi utilizza tecnologie assistive o richiedono l’inserimento manuale di codici alfanumerici complessi, un compito che risulta proibitivo per chi convive con la disprassia (un disturbo che interferisce con il coordinamento dei movimenti e la precisione nei compiti motori fini) o con deficit visivi gravi che impediscono la lettura di schermi piccoli.
Oltre alla sicurezza tecnica, esiste una barriera meno visibile ma altrettanto impattante legata alla progettazione delle interfacce. Le scelte grafiche, come l’oscuramento automatico delle password tramite i classici “pallini”, rappresentano un limite per gli utenti affetti da dislessia (un disturbo che rende difficoltosa la lettura e la scrittura fluida) o per chi ha necessità di verificare visivamente ogni carattere digitato per evitare errori. In questo contesto, anche la logica con cui le informazioni vengono presentate gioca un ruolo cruciale: se perfino per un utente esperto certi messaggi burocratici risultano ambigui per una persona con fragilità cognitiva il sistema diventa del tutto impenetrabile, privandolo della possibilità di gestire autonomamente la propria salute. Un recente video l’artista e divulgatore Immanuel Casto racconta proprio una vicenda in cui un cartello incomprensibile, unito a difficoltà nell’interfaccia utente e al personale non proprio amichevole, hanno reso la prenotazione di una visita medica una grande fonte di stress.
La vulnerabilità amministrativa e tecnica non è solo un fastidio burocratico, ma una reale minaccia alla prevenzione secondaria, cioè l’insieme degli interventi volti a individuare precocemente una malattia. Se un cittadino non riesce ad accedere al proprio fascicolo sanitario o a prenotare una prestazione a causa di un’interfaccia ostile, il rischio è che rinunci del tutto al controllo medico, aggravando le proprie condizioni nel lungo periodo. La tecnologia deve quindi smettere di essere un filtro che seleziona gli utenti in base alle loro abilità digitali e diventare un’infrastruttura di supporto universale, capace di adattarsi alle necessità di ogni individuo, pur senza comprometterne la privacy.
Per superare queste barriere, la ricerca scientifica indica con chiarezza la strada dei protocolli FIDO (Fast IDentity Online), uno standard internazionale di autenticazione che privilegia l’uso di dati biometrici, come l’impronta digitale o il volto, al posto delle password testuali. Questo approccio, unito a sistemi di compilazione automatica dei dati, potrebbe semplificare radicalmente l’accesso ai servizi sanitari, eliminando la necessità di memorizzare e digitare stringhe complesse. Tuttavia, l’innovazione tecnologica deve essere guidata da un’etica del design che metta al centro l’usabilità empatica, assicurando che ogni cittadino, a prescindere dalle proprie condizioni di partenza, possa esercitare il proprio diritto alla salute con dignità e autonomia.
Col sangue si fanno un sacco di cose
Le trasfusioni di sangue intero sono solo una piccola parte di ciò che si può fare con i globuli rossi, le piastrine, il plasma e gli altri emocomponenti. Ma tutto dipende dalla loro disponibilità, e c’è un solo modo per garantirla.
