La scienza medica, nella sua evoluzione, ha spesso operato un’esclusione sistematica di metà della popolazione globale dai suoi processi fondamentali, ossia le donne. Non si tratta di una mera questione di parità di opportunità, ma di un problema strutturale che ha conseguenze dirette e talvolta fatali sulla salute femminile, generando un “gender bias” i cui effetti sono visibili in ogni fase, dalla sperimentazione clinica alla diagnosi.
Per decenni, come sottolineato in un articolo di The European Correspondent e in numerose analisi sul tema, la ricerca clinica – in particolare la sperimentazione sui farmaci – ha adottato il corpo maschile, spesso standardizzato su un riferimento di circa settanta chilogrammi, come modello universale. L’esclusione delle donne in età fertile dai trial clinici (studi condotti su volontari per valutare efficacia e sicurezza di un farmaco), giustificata in passato da preoccupazioni etiche legate ai rischi di potenziali gravidanze e alla presunta “eccessiva variabilità” introdotta dagli ormoni, ha creato un gigantesco vuoto di conoscenza sulla fisiologia femminile. Il risultato è che la maggior parte dei farmaci presenti sul mercato è stata sviluppata e dosata su dati prevalentemente maschili.
Le conseguenze di questo approccio si manifestano anche nell’assistenza sanitaria quotidiana. Le donne sono storicamente più esposte a reazioni avverse ai farmaci, un fenomeno che recenti indagini stimano sia superiore del 52% rispetto agli uomini per i medicinali approvati negli ultimi venticinque anni. Questo accade perché il metabolismo, la farmacocinetica (il modo in cui il corpo assimila, distribuisce, metabolizza ed elimina un farmaco) e la distribuzione dei farmaci variano significativamente tra i sessi. Un dosaggio ottimizzato per un corpo maschile può rivelarsi eccessivo o, al contrario, insufficiente per un corpo femminile.
Un altro elemento critico è il ritardo diagnostico. Poiché la conoscenza standard delle malattie si basa sui sintomi manifestati dagli uomini, i sintomi atipici presentati dalle donne vengono spesso fraintesi, minimizzati o attribuiti a cause psicologiche. L’esempio più citato è l’infarto del miocardio: i sintomi nelle donne si discostano dal classico dolore al petto, manifestandosi invece con maggiore frequenza attraverso affaticamento, nausea o dolore alla schiena, portando a diagnosi mancate o ritardate e, di conseguenza, a tassi di mortalità più elevati.
L’articolo evidenzia che il superamento di questo divario richiede azioni su due fronti. In primo luogo, è indispensabile garantire la parità di partecipazione nei trial clinici e, cosa fondamentale, analizzare i dati in modo disaggregato per sesso, così da poter definire dosaggi e trattamenti specifici. In secondo luogo, è cruciale affrontare lo squilibrio di genere nella ricerca. La scarsa presenza di donne tra i principal investigator dei progetti scientifici contribuisce infatti a perpetuare un’agenda di ricerca che non sempre pone le giuste priorità sui problemi di salute specifici femminili.
Sebbene oggi le normative, come quelle dell’Unione Europea, stiano lentamente evolvendo per richiedere una maggiore inclusione nelle sperimentazioni, la strada è ancora lunga. Riconoscere che le decisioni, in medicina, hanno un costo in vite umane, è il primo passo per trasformare l’approccio scientifico, passando da un modello universale basato sul maschio a una medicina di genere autenticamente inclusiva e accurata.
(Foto di National Cancer Institute su Unsplash)
Col sangue si fanno un sacco di cose
Le trasfusioni di sangue intero sono solo una piccola parte di ciò che si può fare con i globuli rossi, le piastrine, il plasma e gli altri emocomponenti. Ma tutto dipende dalla loro disponibilità, e c’è un solo modo per garantirla.
