Uomini e donne non si ammalano allo stesso modo. La redazione del Bo Live ne ha parlato con Elena Ortona, direttrice del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità.
Nonostante i progressi degli ultimi 35 anni, le donne rimangono sottorappresentate nella ricerca clinica e la disponibilità di dati continua a essere limitata: quali sono le ragioni?
Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, per molti anni la ricerca biomedica e clinica ha utilizzato prevalentemente il maschio come modello di riferimento, sia negli studi preclinici sia nelle sperimentazioni cliniche. Questa impostazione ha prodotto un ritardo importante nella conoscenza delle differenze biologiche tra uomini e donne.
Oggi la partecipazione femminile agli studi è certamente aumentata, ma spesso gli studi non sono progettati con una numerosità sufficiente per analizzare in modo robusto i risultati separatamente per sesso, oppure i dati vengono raccolti ma non adeguatamente disaggregati e analizzati. Di conseguenza, possiamo sapere che un farmaco è efficace nella popolazione complessiva, ma avere informazioni molto più limitate su eventuali differenze di efficacia, dosaggio, metabolismo o frequenza degli effetti avversi tra uomini e donne.
Permangono inoltre alcune criticità specifiche, come la minore disponibilità di dati nelle donne in età fertile, in gravidanza e durante l’allattamento, popolazioni tradizionalmente escluse o poco rappresentate negli studi per ragioni di sicurezza.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: non è sufficiente considerare il sesso biologico. Anche i fattori legati al genere — condizioni sociali, stili di vita, ruoli, comportamenti, accesso ai servizi e aderenza alle terapie — possono influenzare significativamente la salute e la risposta ai trattamenti, ma vengono ancora raramente integrati in maniera sistematica nei protocolli di ricerca.
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(Foto da Magnific)
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