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In una popolazione sempre più anziana, segnata dal peso delle malattie croniche, dalla diffusione della solitudine e da un ricorso spesso eccessivo ai farmaci, la prescrizione sociale offre un modello metodologico per intervenire sui determinanti sociali, demedicalizzare la cura e restituire risposte di salute alla comunità. Ne scrive Scienza in Rete.

La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattie o infermità. Adottata nel 1948 dall’Organizzazione mondiale della sanità, questa visione trasforma la salute in un diritto umano fondamentale.

Tuttavia, quando sir Michael Marmot, epidemiologo di fama mondiale ed esperto di disuguaglianze sociale, chiedeva: «Perché curare le persone per poi rimandarle nelle stesse condizioni che le hanno fatte ammalare?», indicava un limite strutturale dei sistemi sanitari contemporanei.

Oggi, secondo le stime dell’OMS, oltre il 50% della nostra salute dipende dai cosiddetti determinanti sociali: livello di istruzione, condizione abitativa, rete relazionale, isolamento, stabilità economica. Nelle sale d’attesa dei medici di medicina generale questo si traduce quotidianamente in un 20-30% di consultazioni che riguardano problemi non strettamente clinici: ansia, depressione, solitudine, incapacità di gestire il tempo libero. Nella terza età queste forme di disagio si somatizzano spesso in disturbi fisici, portando a sovraprescrizioni farmacologiche o ad accessi impropri presso i pronto soccorso.

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(Foto di Ksenia Yakovleva su Unsplash)

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