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All’interno della strategia per la preparazione alle emergenze, il piano d’azione comunitario volto a rafforzare la resilienza della popolazione e delle infrastrutture critiche di fronte a grandi interruzioni dei servizi, la Commissione europea raccomanda ai cittadini di garantire una capacità di autosufficienza di almeno 72 ore. Tuttavia, la tenuta di questa impostazione mostra evidenti limiti pratici quando la crisi colpisce persone che dipendono da un’assistenza continua. Come sottolinea un articolo pubblicata su EUobserver, la sospensione provvisoria di un servizio di cura, della rete elettrica o dei trasporti impedisce immediatamente l’esercizio dei diritti fondamentali per milioni di persone, trasformando le garanzie formali in tutele puramente teoriche.

L’arco temporale di tre giorni rappresenta un orizzonte di pianificazione per le istituzioni e non una soglia di sopravvivenza uniforme per tutta la popolazione. Per un individuo in salute qualche ora di privazione dell’elettricità comporta un disagio trascurabile, mentre per un anziano, un malato cronico o una persona con disabilità poche ore senza energia, il salto di una dose di farmaco salvavita o l’assenza del personale di supporto costituiscono un pericolo immediato. Chiedere ai singoli di prepararsi individualmente a eventi che richiedono una risposta collettiva rischia di trasferire il peso del fallimento dei sistemi pubblici sui soggetti meno equipaggiati per assorbirlo. Il mantenimento dell’autonomia personale richiede una rete strutturata di assistenza domiciliare, comunicazioni accessibili, trasporti e tecnologia.

Per evitare che la protezione civile ignori i bisogni della popolazione più fragile, la ricerca e le organizzazioni della società civile propongono l’adozione del test di continuità umana, un modello operativo di valutazione concepito per verificare se le condizioni pratiche necessarie all’esercizio dei diritti e alle decisioni personali rimangano fruibili durante un’emergenza. A differenza delle verifiche burocratiche tradizionali, che si limitano a registrare se un servizio risulta formalmente aperto, questo strumento sposta l’analisi sulla specifica funzione da preservare, considerando i tempi di reazione e le risorse di riserva disponibili. L’analisi si basa sul principio dell’anello più debole, secondo cui la solidità di un piano di emergenza corrisponde al punteggio del suo elemento più fragile, impedendo che la presenza di un avviso accessibile compensi l’assenza fisica dell’assistenza sul campo.

I dati raccolti in 38 paesi europei confermano che l’inclusione della disabilità e delle fragilità nelle politiche di emergenza rimane frammentata e affidata alla discrezionalità locale. Per superare questa incertezza, la Commissione europea sta valutando l’introduzione della legge europea sulla preparazione alle emergenze, volta a stabilire requisiti minimi obbligatori e obiettivi a lungo termine per la resilienza delle funzioni sociali vitali). Integrare la verifica della continuità umana all’interno di questi standard e delle esercitazioni periodiche permetterà di misurare il successo delle politiche di prevenzione non sulla carta, ma sulla reale capacità dei cittadini di continuare a vivere, decidere e partecipare anche nei momenti di massima crisi.

(Foto di Çağlar Oskay su Unsplash)

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