Per lungo tempo si è pensato che l’attrazione per le ideologie della destra radicale fosse una prerogativa esclusiva delle fasce di popolazione marginalizzate o penalizzate dai processi di globalizzazione. Tuttavia, il panorama sociopolitico europeo attuale sembra smentire questa consolidata conclusione, evidenziando come una quota significativa di studenti poliglotti, abituati a viaggiare e formatisi presso atenei di prestigio internazionale, stia aderendo sempre più spesso a narrazioni di stampo fortemente patriottico o identitario. Come spiega un’analisi pubblicata su The Conversation, l’estrema destra non sta vincendo la propria battaglia di consenso sulle proposte economiche, ma sulla capacità di colmare un bisogno di appartenenza e radicamento culturale a cui le istituzioni comunitarie non riescono a dare una risposta emotivamente soddisfacente. Le ricerche delineano una tendenza netta: durante le elezioni per il Parlamento europeo del 2024, i partiti nazionalisti hanno conquistato il record storico del 27 per cento dei seggi, pari a 191 rappresentanti su un totale di 720, raccogliendo il consenso di oltre un quinto dei giovani elettori maschi sotto i trent’anni e arrivando a rappresentare quasi un quarto del voto complessivo espresso nel continente.
La radice di questa frattura, secondo l’analisi, risiede nel fatto che l’Unione europea ha storicamente delegato la costruzione della propria identità comune alla sola integrazione politica ed economica, offrendo ai cittadini un mercato unico, una moneta, la libertà di circolazione e un sistema di diritti garantiti, ma trascurando la creazione di una narrazione culturale condivisa. Seppure non manchino riferimenti a ideali culturali negli scritti degli intellettuali che per primi hanno pensato a un’Europa unita dopo la Seconda guerra mondiale, oggi i movimenti nazionalisti stanno riuscendo a occupare quello spazio, proponendo racconti semplici, emotivamente accattivanti e radicati in una specifica visione della memoria storica. Come suggeriva il filosofo Étienne Balibar, l’integrazione europea ha sempre ospitato una tensione irrisolta tra la retorica universalista delle istituzioni di Bruxelles e i confini escludenti della razza, della nazione e della lingua. Questa debolezza strutturale si riflette nella distribuzione dei bilanci comunitari, dove il programma Creative Europe (lo strumento finanziario di punta dell’Unione per il sostegno ai settori culturali e creativi) dispone di appena 2,44 miliardi di euro per il periodo tra il 2021 e il 2027, una cifra che rappresenta lo 0,15% del bilancio totale dell’Unione. Nel frattempo, la sola Russia ha investito nel 2024 oltre un miliardo di euro in attività di propaganda e operazioni di influenza mediatica sul suolo europeo.
Un ruolo cruciale in questa polarizzazione è svolto dalle trasformazioni della nostra dieta mediatica. I giovani europei non accedono più alle informazioni attraverso i media tradizionali o i siti web delle testate giornalistiche, ma incontrano le notizie quasi esclusivamente all’interno dei flussi video di Instagram e TikTok. Queste piattaforme digitali, tuttavia, non sono spazi culturalmente neutri, poiché i loro algoritmi di raccomandazione sono progettati per premiare i contenuti capaci di suscitare forti reazioni emotive e indignazione, conferendo un vantaggio strutturale ai messaggi divisivi e semplificati tipici della destra identitaria. L’efficacia di questa comunicazione nativa per i dispositivi mobili è emersa con forza anche nel panorama elettorale dell’est europeo, dove l’ascesa fulminea di figure indipendenti e radicali ha dimostrato come un racconto basato sulla sovranità spirituale e sulla distanza dal liberalismo occidentale possa conquistare il voto di ampie fette di elettorato giovanile semplicemente dominando i flussi di visualizzazione sugli smartphone.
Questo scenario interroga profondamente anche i sistemi educativi d’eccellenza, a partire dai programmi di scambio accademico come l’Erasmus, tradizionalmente celebrati come fabbriche di cosmopolitismo. Ricerche sociologiche evidenziano infatti un marcato effetto selezione, il fenomeno per cui un’opportunità di mobilità attira individui già orientati positivamente verso quell’esperienza, finendo per rafforzare un’identità preesistente anziché crearne di nuove su persone scettiche. Di conseguenza, l’esperienza dello studio all’estero rischia di riprodurre disparità di classe, rivolgendosi a una popolazione studentesca socialmente omogenea che non ha mai corso il rischio di subire l’attrattiva del nazionalismo. Più problematico è l’impatto sugli studenti che sperimentano continui spostamenti tra diversi paesi: lungi dal trasformarli in “cittadini del mondo”, la costante condizione di estraneità vissuta all’estero innesca spesso un paradosso psicologico. Trovandosi privi di un solido baricentro identitario, questi giovani sviluppano una forte reazione difensiva che si traduce nel bisogno di radici culturali stabili e in un crescente risentimento verso le istituzioni europee, percepite come una fredda macchina burocratica. La familiarità con la diversità, insomma, non dissolve il bisogno di appartenenza, ma lo accentua per contrasto, spingendo anche i profili più scolarizzati ad aggrapparsi alle narrazioni nazionaliste.
Per rispondere a questa deriva e difendere la tenuta democratica del continente, in un momento in cui quasi un quarto dei paesi a livello globale sta attraversando una fase di declino dei requisiti democratici e delle libertà civili a favore di una gestione del potere centralizzata, è indispensabile rimettere la cultura al centro dell’azione politica. Le istituzioni europee devono dotarsi di una vera strategia di diplomazia culturale interna, conclude The Conversation, investendo risorse per dare un volto umano alle proprie direttive e allargando i programmi di mobilità oltre i confini delle università d’élite, per raggiungere le scuole professionali e le comunità locali. Anche gli atenei e le scuole di formazione hanno la responsabilità di andare oltre la semplice gestione organizzativa di corsi rivolti a studenti internazionali, insegnando attivamente a comprendere ciò che tiene unito il tessuto sociale oltre la pura competenza tecnica. Puntando sulla cultura come infrastruttura fondamentale su cui poggia la convivenza civile, si potrà garantire che il futuro dell’Europa continui a essere scritto attraverso un linguaggio di pluralismo, solidarietà e reciproca fiducia.
(Foto di Mika Baumeister su Unsplash)
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